“Sì che sei tu, ne sono sicura. Io non dimentico mai una faccia...”

Scritto da
Fiorenza Spuria
Liceo Leopardi-Majorana

“Sì che sei tu, ne sono sicura. Io non dimentico mai una faccia” e non dimentico mai dove sono stata, soprattutto se è un posto speciale. Ho sempre amato l’Africa, la mia terra, dove sono nata e cresciuta. Io sono nata in Ghana, ma purtroppo un giorno mio nonno, l’unico che lavorava nella mia famiglia, morì d’infarto. Faceva il pescatore, gli unici soldi che avevamo provenivano dalla sua attività redditizia. Noi in Ghana usiamo seppellire i morti in bare a forma di qualcosa che indica cosa hanno fatto in vita: il nonno finì in una bara a forma di pesce. Per noi (io, le mie sorelle e i miei genitori) era la fine. Mio padre era un profugo, era scappato dal Ruanda, dove c’era la guerra tra classi sociali ed etnie diverse, ma decise di tornare lì per mettere pace. Quindi partimmo con la jeep del nonno. Ormai arrivati in un villaggio in Uganda, stanchi e affamati, avevamo lo stomaco stretto e secco. Avrei accettato tutto per mangiare, anche in un villaggio povero come quello, dove le case erano fatte di sterco e sterpaglie, ma la gente, come guidata da una speranza, aveva un’inesauribile voglia di vivere e accettavano, o davano, tutto, bastava fosse creato o chiesto con semplicità. Volevamo dirigerci lì, in una di quelle capanne, a chiedere cibo e, se non ne avevano, comunque per trovare un po’ di conforto. Sentivamo un odore, proveniente da un centinaoa di metri dal piccolo villaggio. Seguendo quell’odore arrivammo verso un baraccone di legno, sembrava una stalla. Entrammo…dentro c’erano dei bambini: la loro faccia era turbata, i loro occhi, poi, incavati, il corpo doveva essere rachitico, ma non sembrava, perché tutti indossavano un’uniforme militare da adulto. E questi poverini tenevano anche un fucile, come se dovessero sparare controvoglia al primo malcapitato. Dopo un po’, uno di quei bambini soldato ci disse di nasconderci, se il generale ci avesse visto sarebbe stata la fine. Ci nascondemmo e poco dopo entrò un uomo, africano come noi, ma non umano nello spirito: si capiva che aveva sofferto e voleva far provare la sua stessa condizione agli altri. Portava il pranzo (brodo e pane raffermo) ai bambini soldato, che stavano seduti nei loro letti a castello e intanto impartiva ordini in un inglese misto di dialetti locali: era il generale. Il ragazzo che prima ci aveva detto di nasconderci ricevette un aglio intero da mangiare (pena sennò la morte, poiché quella mattina si era rifiutato di uccidere i due fratellini, cosa che invece fece il generale). Dopo aver distribuito il pranzo, il generale se ne andò e il ragazzo ci vide di nuovo: ovviamente era quello di prima, e lo osservai meglio: avrà avuto poco più di 13 anni, ma la sua maturità fisica e spirituale era notevole. Vide le nostre condizioni pietose e ci disse che non potevamo mangiare niente di abbondante o saremmo morti, siccome non mangiavamo da un mese: il nostro stomaco era così stretto che solo uno spicchio d’aglio al giorno avrebbe potuto aprircelo un po’ a un po’. Quindi ce lo regalò. Disse che avrebbe preferito morire, per vendicare i suoi fratellini. Io e la mia famiglia lo ringraziammo e fuggimmo. Arrivati al confine col Ruanda ci fu una rivolta tra classi sociali. Mio padre scese dal camion per mettere pace, ma fu ucciso. Io, le mie sorelle e mia madre eravamo scioccate e scappammo per giorni e giorni, finché ci trovammo di nuovo vicino al campo dei bambini-soldato in Uganda. Pensai al nostro salvatore… chissà che fine aveva fatto. Poi guardai lo spicchio d’aglio rimanente che ci aveva regalato e lo divisi con la mia famiglia. Pochi giorni dopo potemmo tornare a mangiare cibi normali,(l’aglio ci aveva aperto lo stomaco) ma buoni e modesti, offerti dagli abitanti del villaggio. Sentivo comunque la mancanza di mio padre e la tua. Poi, qualche giorno dopo ci imbarcammo illegalmente in un aereo merci. Quando scendemmo ci trovammo in Italia, una terra che prima d’allora conoscevamo solo per la pizza. Sapevamo che in quel paese c’erano molti africani arrivati per sfuggire alle dittature. In Italia, forse per un segno del destino, feci la cameriera in un ristorante: anche le mie sorelle lavoravano, ma in un ospedale. Mia madre, casalinga, ogni sera pregava Dio che in Africa finissero queste assurde guerre per i confini (tracciati dagli europei), i bambini soldati e i problemi in Ruanda. Ma un giorno al ristorante: ecco che si torna all’inizio! Ti ho riconosciuto! Tu sei… hai detto di chiamarti Michael Membela, non è vero? E dici anche di avermi salvato e che avresti preferito morire al posto mio. Ecco! Adesso ricordo! Grazie a quell’aglio che mi regalasti il mio stomaco lentamente si riaprì e potei tornare a mangiare normalmente: lo ringraziai un po’ esageratamente, ma poi mi ricordai delle sue sofferenze, lo abbracciai e consolai. Mi raccontò che stava per essere ucciso, ma arrivarono nel capannone dei rangers (anche loro in passato erano stati bambini soldato) e aiutarono lui e i suoi amici a fuggire. Li portarono in Kenya, alla Hope International School, nella quale lui e i suoi amici ricevettero quei valori negati a loro per anni: istruzione e dignità. La speranza, si sa, non muore mai.