Dopo il grande splendore

Scritto da
Elia Tazzari
Liceo Dante Alighieri
Ravenna

Prende il foglio di carta alla sua sinistra, vicino al bicchiere d'acqua e alla scatola vuota dei medicinali. Il foglio è bagnato sui bordi e presenta alcuni strappi. Prende il pennarello rosso che si trova vicino alla Bibbia e getta via il tappo. Posa la punta del pennarello sulla superficie del foglio e traccia pochi, sottili arabeschi. C'è ancora inchiostro, pensa nel silenzio della camera bianca, c'è ancora qualcosa in grado di funzionare. Cambia il lato del foglio e aspetta qualche istante prima di scrivere, riordina le idee, poi butta giù qualcosa. C'era una volta…
Scrive, e mentre scrive si chiede quando tutto abbia avuto inizio, quando la materia del suo corpo abbia cominciato a disfarsi, prima lentamente, poi in maniera sempre più rapida e dolorosa, fino a portarlo a quel punto, sotto il soffitto di quella stanza dalle simmetrie ancora da definire. Fuori dalla finestra la luce cade a rasoio tagliando i profili dei rami e delle foglie, non un uccello che canti o un'automobile che passi sulla strada sottostante. Il silenzio lo aiuta ma la luce forte gli indebolisce la vista e i contorni delle parole sono ora meno nitidi e più sfocati, come le case di campagna tra la nebbia quando è autunno. Forse tutto è cominciato dall'amante della moglie o dall'incidente della figlia. Ricorda ancora il paesaggio urbano che sanguinava nell'ora in cui il sole tramonta mentre lui, seduto dietro al volante e con la moglie sul sedile di fianco, sfrecciava sulla statale evitando le altre macchine e gli squilli perforanti dei clacson per raggiungere la figlia all'ospedale. Era poi guarita? Non se lo ricorda e, a pensarci, si rende conto di avere perfino dimenticato il suo nome. Anzi, i nomi, quello della figlia e quello della moglie. Tutto è iniziato dopo, urla la sua mente, mentre il pennarello stride sul foglio. Inizia con una frenata, un insulto di ghiaia e il ribaltarsi del cielo sotto i suoi piedi. Tutto inizia con il Grande Splendore.
Brucia, gli gridano da fuori, brucia! Coglie una sfumatura indefinibile nel tono di quella voce, poi precipita nell'oblio di mani che lo strattonano e di getti di schiuma che soffocano il sole (le fiamme) e il respiro (il dolore). Si risveglia pochi istanti dopo con la luce negli occhi e l'odore di benzina che dalle narici dilatate dal calore si arrampica furiosamente lungo la corteccia cerebrale. Sviene.
Il resto è storia, pensa. Sono storia il volo in elicottero e il codice rosso. Storia la moglie che lo ha raggiunto non appena ha saputo (abbandonando con ogni probabilità l'amante al tavolo di qualche bel ristorante), storia la sua mano distesa accanto alle sue dita chiuse a pugno. E' storia tutto ciò che è venuto dopo, tutto ciò che ha iniziato a venire meno, come la mente e la consapevolezza di avere avuto un prima. Ricorda la figlia e la sua maglietta rosa con su scritto il nome di un gruppo musicale famoso, la figlia che non lo ha mai abbandonato e che gli è sempre stata grata. Ricorda il suo zoppicare e la lunga cicatrice color caffelatte. Gli viene in mente la parola metallo. Maledizione, pensa stringendo i denti, che tu sia maledetta. Poi tornano gli anziani genitori in un caleidoscopio di ricordi e gli parlano della sua infanzia. Nessuno lo sapeva ma si limitavano solo a sperarlo. Loro parlavano e lui sentiva ogni cosa, posto al di là di un muro spesso e invisibile. Non c'era stato nessun tunnel ad aspettarlo, nessuna luce o voce amica. Solo le fiamme e le parole degli altri. E il dolore, sempre.
Si ferma. Posa il pennarello sul lenzuolo e prende il foglio tra due dita. Rilegge velocemente quello che ha scritto, solleva gli occhi verso la finestra e accartoccia il foglio. La pallina di carta rimbalza contro il muro di fronte al letto. Riprende in mano il pennarello rosso senza più il tappo e cerca con la mano un altro foglio di carta. Lo trova, questa volta asciutto e senza strappi. La mano ricomincia a scorrere e l'inchiostro a lasciare i segni del suo passaggio. Le mani stringono il volante che oscilla alternativamente a destra e a sinistra. Il sorpasso è una tigre accucciata che sta per compiere il balzo nel buio della giungla. Si lascia indietro un primo pilota, poi un secondo, ancora un terzo. Sterza poderosamente e sente i motori vibrare prima di lasciarsi alle spalle il secondo posto. Ora è solo un vettore lanciato sul circuito contro ogni legge fisica. E' una scheggia impazzita della creazione, uno strappo sul foglio dell'ordinario. Un solco rosso agli occhi di chi guarda, un'impressione fugace prima dell'oblio. Sa quello che fa, deve saperlo, è da tempo che l'idea gli solletica i sensi con un fare provocante. Adesso, urla da qualche parte il suo cervello, adesso o mai più. Sterza bruscamente per evitare di finire fuori strada, ha un ripensamento ma è solo un attimo. Nel buio del casco sorride, solleva le mani dal volante e se le mette dietro la testa, come steso sotto un ombrellone al mare, in una calda domenica estiva. Chiude gli occhi e brucia tutti pensieri. E' ora di dormire, pensa, lascerò tutto il resto al caso. Non ricorda più il nome della moglie ma in compenso quello del suo amante gli lampeggia nella mente a intermittenza, quasi fosse un'insegna pubblicitaria difettosa. Ci pensa qualche secondo e lo scrive sull'angolo inferiore del foglio. Posa il pennarello e strappa il nome scritto in rosso. Appallottola il minuscolo pezzette di carta e se lo infila in bocca. Prende il bicchiere d'acqua gocciolante dal comodino, brinda a se stesso e beve un piccolo sorso. Riprende a scrivere. Sente le pale girare da qualche parte sopra alla sua testa. E' sveglio, ma vorrebbe tanto scendere di nuovo nel buio dal quale è riemerso. Cerca di respirare ma l'aria è come sabbia dentro i suoi polmoni. Si sforza di alzare la testa per vedere meglio dove si trova ma qualcosa glielo impedisce. Sente odore di bruciato, è un odore che gli ricorda quello delle salsicce carbonizzate ad un allegro barbecue tra amici intimi. A quell'insolito pensiero gli viene da sorridere, un fischio rauco gli risale lungo l'esofago e a stento trattiene un forte conato di vomito. Il dolore che ne deriva è insopportabile e questa volta un gemito gli esce dalle labbra senza che lui possa in alcun modo impedirlo. Chiude gli occhi e ricade nelle tenebre. Tutto inizia con una frenata, un insulto di ghiaia e il ribaltarsi del cielo sotto i suoi piedi. Il collo si piega violentemente in avanti e le mani si spostano a proteggere la fronte dall'urto. La macchina gira su se stessa per quattro, cinque, sei volte prima di scivolare sul terreno e prendere fuoco. Il boato è il primo ad arrivare, seguito a ruota dal grido della folla. Poi sopraggiunge il calore, insopportabile ed eterno. Per ultimo arriva il dolore. Prova ad urlare ma dalla bocca non esce niente. Si porta una mano agli occhi e solo in quel momento si rende conto di avere perso il casco durante il volo. Le fiamme penetrano in lui come trivelle nel deserto in cerca di petrolio e il fumo acre sale a fustigargli le pupille. Credevo sarebbe finita subito, pensa mentre il fuoco gli stuzzica il palato, credevo sarei morto immediatamente dopo il primo impatto! Perché non è successo? Perché sono ancora così maledettamente vivo? Il secondo foglio raggiunge rapidamente il primo. Afferra il pennarello per le estremità, applica una leggera pressione e lo spezza. Fissa lo sguardo nel vuoto. D'un tratto realizza di essersi dimenticato qualcosa. Cerca a tentoni un altro foglio sul comodino, lo afferra e prende in mano il mozzicone del pennarello rosso. Fa' che scriva ancora, prega dentro di sé. Liscia nervosamente il foglio con una mano, lo appoggia sulla coscia destra e scrive il suo nome cercando di limitare il più possibile il tremore impresso al pennarello. Strappa il foglio in mille pezzi spargendone i frammenti sul lenzuolo, sul cuscino e sul suo stesso petto. Apre il cassetto del comodino e vi rovista all'interno per qualche secondo. Prende un oggetto e lo solleva sulla testa impugnandolo con entrambe le mani, come fosse un trofeo. Un sorriso per la stampa, pensa, fate scorrere lo spumante! La fiamma dell'accendino scatta fra le sue dita.