Oltre la gazzella

Scritto da
Ciro Gazzola
Liceo “G. B. Brocchi”
Bassano del Grappa


Sono nato in un piccolo villaggio a qualche miglio da Addis Abeba. Fin da giovane mi spedivano a prendere l'acqua ad una fonte distante una decina di chilometri dalla mia capanna: così ho iniziato a correre. Tutti i ragazzi del paese venivano con me, ma io ero sempre il più veloce. I miei genitori, che mi guardavano fieri, dicevano che un giorno sarei diventato più veloce di una gazzella della savana. Al mio ritorno Noah mi sorrideva dolcemente, mentre era intenta a preparare il pane, e io ricambiavo il suo sorriso con il cuore gonfio d'orgoglio. Quando ci saremmo sposati sarebbero stati i miei figli a correre per prendere l'acqua e per accudire il bestiame.
Un giorno, mentre correvo, mi passò accanto un'auto: era una di quelle automobili che gli italiani usavano per muoversi nella savana. Scese un uomo dalla carnagione chiara, dallo sguardo bonario e al contempo interessato: "Ragazzo"- esclamò nella mia lingua- "tu corri più veloce del vento!". Volle parlare con i miei genitori, e poi con il capo-villaggio. Voleva farmi partecipare ad una maratona, diceva, perché non aveva mai visto nessuno correre come me. Prima di partire tutta la tribù mi abbracciò commossa e i miei genitori mi diedero la loro benedizione. Il capo villaggio promise di darmi terra in abbondanza se avessi vinto la corsa. Ma soprattutto promise di darmi Noah in sposa. I suoi occhi pieni di lacrime furono l'ultima cosa del villaggio che vidi. Il giorno stesso partimmo per Addis Abeba. Lì corsi per la prima volta in una vera pista d'atletica: i soldati la utilizzavano per i loro allenamenti. Per potermi allenare l'italiano aveva dovuto parlare con molta gente importante, perché loro non volevano che corressi con i bianchi. Io vincevo tutte le prove, e i soldati mi guardavano storto. Ma il mio allenatore no: lui sorrideva e mi dava pacche sulle spalle e mi diceva di continuare così. Poi, un giorno di Marzo, mi prese in disparte e mi disse che dovevamo partire. C'era una grossa maratona in Inghilterra e lui voleva che io partecipassi. Prendemmo una nave e viaggiammo per due settimane intere. Arrivati, facemmo subito una giro della città. Era gigantesca, piena di vita, non somigliava per nulla ad Addis Abeba. Cercavo di ricordare ogni cosa che vedevo, così avrei potuto raccontarla a Noah quando fossi tornato a casa. La maratona era due giorni dopo il nostro arrivo. Inizialmente i giudici non volevano farmi partecipare, ma il mio allenatore disse che così avrebbero infranto non so quale regolamento e allora iscrissero anche me. La mattina della partenza ero nervosissimo. Faceva molto caldo, ma io ero abituato al calore della savana e non lo sentivo più di tanto. Tutti i concorrenti si erano schierati dietro la linea della partenza. Erano alti e robusti, con bellissime tute colorate e scarpe d'un bianco scintillante. Io correvo a piedi nudi, perché non avevo mai portato scarpe e non ne avevo voluto un paio. La mia canottiera, nera come la mia pelle, era un regalo del mio allenatore. Con quella aveva vinto la sua prima maratona. Quando lo starter sparò tutti i corridori si precipitarono in avanti. Io invece partii al mio solito ritmo come mi era stato detto di fare. Dopo pochi chilometri vedevo già alcuni corridori rallentare per la fatica. Arrivati al cartello che segnalava i dieci chilometri avevo già superato la metà dei concorrenti; il mio allenatore, che mi seguiva in bicicletta, mi diceva di continuare a mantenere il ritmo, perché non ero distante dal gruppo di testa. A metà gara mi sentivo ancora fresco, mentre tutti gli altri cominciavano a cedere. Al trentacinquesimo chilometro raggiunsi il gruppo che guidava la corsa. Erano in tre. Tutto il pubblico gridava per incoraggiarli, sventolando bandiere e porgendo loro bottiglie d'acqua perché si rinfrescassero. Il mio allenatore si avvicinò e mi urlò di correre più forte che potevo, perché ormai mancavano pochi chilometri all'arrivo. Da lontano vedevo il profilo dello stadio, le luci che lo illuminavano; cominciavo a sentire il brusio della folla che attendeva il vincitore. Poi scorsi l'entrata: due ali di folla si stendevano ai lati, mentre il rosso della pista si intravedeva di là da quella. Quando entrai, primo, solo, senza più nessun corridore vicino, lo stadio emise un boato. Poi si zittì, come se io non fossi colui che aspettavano. Percorsi nel silenzio più assoluto gli ultimi quattrocento metri. Il filo di lana si materializzò improvvisamente di fronte a me. Lo ruppi. Avevo vinto la corsa. Poi mi lasciai cadere a terra sfinito. In quel momento entrò nello stadio un secondo maratoneta, e la folla esplose in un'ovazione collettiva. Non capivo: forse loro aspettavano lui, e non me, al traguardo. Il mio allenatore mi si avvicinò con un sorrise triste; mi aiutò a rialzarmi, mi porse un asciugamano. La sera, in albergo, non ero in me dalla gioia. Il mio allenatore mi aveva detto di restare in camera, ma io decisi di uscire lo stesso. Le luci della città mi frastornavano, cosi mi rifugiai in un vicolo scuro. Un rumore mi fece voltare: quattro giovani venivano verso di me barcollando. Uno di loro disse qualcosa agli altri, che risero sguaiatamente. Poi mi s'avvicinarono; uno mi colpì al ventre, un altro al volto. Tentai di reagire, ma il terzo tirò fuori un coltello e mi trafisse allo stomaco una, due, tre volte. Caddi riverso a terra. Le mie mani erano sporche di sangue. Una bianca foschia mi oscurava la vista. Chiusi gli occhi e per un attimo, per un istante solo, mi rividi correre nella savana. I miei genitori mi guardavano fieri, tutta la tribù gridava il mio nome, e Noah mi sorrideva dolcemente. Una gazzella correva davanti a me. La raggiunsi q la superai con un balzo: adesso ero io il più veloce."Padre,- mormorai- avevi ragione". Poi, improvviso, scese il buio.