Corri Dorando, corri
Scritto da
Stefano Colangelo
Liceo Scientifico “E. Fermi”
Sulmona (AQ)
Era il 1908, anno delle Olimpiadi di Londra. La maratona era in programma il ventiquattro luglio. E quel giorno Dorando Pietri stava lì nella mischia. Era uno dei cinquantasei atleti in gara. Anche lui sognava di cingere l'alloro. Si sentiva in gran forma, e certo sapeva di poter fare bene. Finalmente, la principessa del Galles diede il via. Partirono. Corri Dorando, corri. Per buona parte della gara si mantenne nelle retrovie. Poi diede vita alla sua rimonta e passo dopo passo, si portò tra le prime posizioni. Corri Dorando, corri.
Continuò la sua progressione. Il leader della corsa, Charles Hefferson, era entrato in crisi. Dorando lo raggiunse e lo superò. Adesso era primo. Davanti a lui c'era solo il traguardo. Era il trentanovesimo chilometro. Ne mancavano altri tre. Solo tre. Corri Dorando. Ma Dorando era esausto. Il caldo, la disidratazione, l'enorme dispendio di energie. Era sfinito. Inevitabilmente, cominciò a perdere lucidità. Ormai vedeva lo stadio. Lì c'era il traguardo. Ma non fu facile raggiungerlo. Sbagliò persino strada. Corri Dorando, corri. Giunto nello stadio, trovò un popolo ad acclamarlo. Si guardò indietro, ma non vide nessuno. Il vuoto. Era solo. Sì, era lui il vincitore. Doveva solo tagliare quel traguardo. Era lì, a duecento metri. Anche un bambino ce l'avrebbe fatta, ormai. Ma Dorando era totalmente stremato. I muscoli che gemono, i polmoni che fremono. Gli arti tesi in uno sforzo infinito. La fatica e il dolore che pervadono ogni lembo del corpo. E' tanta la voglia di gettare la spugna. Scompaiono tutti gli obiettivi, rimane solo la fatica, e la voglia di smetterla, di gettarsi a terra, di dire basta, e riposarsi, finalmente. Ma Dorando non poteva fermarsi. Aveva visto il traguardo. Ormai barcollava. Si trascinava a fatica lungo la pista. E infine cadde. I giudici si precipitarono su di lui, commossi da una simile prova. Loro, uomini di sport, non potevano restare impassibili di fronte a tanta passione. Lo aiutarono a rialzarsi. Ma ricadde. Il pubblico era in delirio. Nessuno poteva restare indifferente di fronte ad un simile spettacolo. Ad ogni suo passo, lo stadio si agitava e soffriva con lui. Si rialzò e poi ricadde. Cadde in tutto quattro volte. E quattro volte i giudici di gara lo aiutarono a rialzarsi. Lo stadio lo acclamava. Nessuno aveva mai visto tanta sofferenza, tanta determinazione, tanta caparbietà. Corri, Dorando corri.
Il traguardo era là. E finalmente lo raggiunse. Per percorrere gli ultimi trecentocinquanta metri aveva impiegato quasi dieci minuti, finalmente era arrivato. Ma lo statunitense Johnny Hayes, giunto poco dopo, presentò immediatamente ricorso per gli aiuti ricevuti dall'italiano. D'altra parte Dorando era stato innegabilmente aiutato dai giudici a rialzarsi, per ben quattro volte. Il ricorso fu accettato. Dorando venne squalificato.
La sua storia commosse tutta l'Inghilterra, persino la regina, che lo premiò con una coppa d'argento dorato.
Lo scrittore Arthur Conan Doyle, il padre di Sherlock Holmes, scrisse di lui: "la grande impresa dell'italiano non potrà mai essere cancellata dagli archivi dello sport". E così fu. Qualcuno gli dedicò addirittura una canzone. Dorando Pietri divenne famoso per non aver vinto. Un personaggio. Un eroe. Subito dopo la maratona, venne riproposta una sfida con Johnny Hayes. Questa volta vinse l'italiano, e senza aiuti. In America partecipò a ventidue gare e ne vinse diciassette. Si ritirò a soli ventisei anni. Ma era già diventato ricchissimo. Morì a Sanremo, nella città dei fiori, a cinquantasei anni.
Lo sport è passione. Sì, soprattutto oggi, lo sport è anche soldi, donne e successo. Ma non c'è niente di male in questo. E' la giusta ricompensa per i propri sforzi, per il proprio talento. Forse lo stesso Dorando Pietri correva per soldi. D'altra parte lo sportivo è anche un mestiere. Non c'è nulla di male. Ma la passione rimane. Perché fare sport significa confrontarsi con il proprio fisico, con i propri limiti, e solo la voglia di migliorarsi può combattere la fatica, il dolore, la paura.
Dorando Pietri. Che grande passione che aveva. Decisamente, la sua storia ci fa capire che l'importante non è vincere, non è partecipare, l'importante è dare il massimo.
Nello sport, nel lavoro, come nella vita, ciò che distrugge un uomo sono i rimpianti e i rimorsi. Solo chi arriva al traguardo barcollando, con il cuore in gola e i polmoni m fiamme, solo quello è senza rimpianti e senza rimorsi.
Magari non ha neanche vinto, ma ha dato tutto, certo più di quello non poteva.
Al traguardo Dorando barcollava. Credeva di aver vinto, ma non ne era neanche sicuro. Chi gli alzava le braccia al cielo, chi lo sorreggeva. Qualcuno protestava.
Ma il suo occhio stanco, si posò sugli spalti. Migliala di persone lo acclamavano.
Incredibile. Era andato lì per vincere le Olimpiadi. E invece aveva conquistato una nazione. Corri Dorando, corri.
