Amleto raccontato dalla magica voce di Lella Costa
Scritto da
Alessio Carli IIE classico
“A volte uno si sente incompleto, invece è solo giovane” (Italo Calvino)
Secondo una ricerca, Amleto è il quinto personaggio di fantasia più famoso in America, dopo Babbo Natale e prima di Frankenstein. Tutti sanno chi è il pallido principe di Danimarca che passa la vita a chiedersi se non sia meglio morire. Ma questo per Amleto è solo un punto d’arrivo.
La leggenda di Amleto ha origini antichissime. I suoi nomi derivano tutti dalla stessa radice: il “matto”, il “folle”, lo stupido e il ribelle che si libera dalle convenzioni sociali e diventa l’intoccabile. Tra gli indiani d’America i matti erano sacri perché erano in contatto con dio e conoscevano il mondo. Raggiungendo l’apice in Shakespeare, Amleto diventa, a livello più o meno conscio, l’uomo moderno, l’uomo del dubbio e l’emblema della nostra fase giovanile di rigetto delle convenzioni sociali e di critica e polemica verso il mondo. Scopre che il padre è stato ucciso dallo zio, che poi ha immediatamente sposato sua madre, consenziente. Principe felice, onesto e illuso, Amleto perde l’innocenza e ha le prime esperienze della sottigliezza, della cecità e della strisciante meschinità dell’uomo. C’è del marcio in Danimarca.
E tutti ci troviamo dipinti fin nelle sfumature più scure in Amleto. Così Lella Costa si è innamorata di questo pazzo giovane e lo ha portato a teatro. È arrivata anche a Zoppola, mercoledì 5 novembre 2008 alle 20.45. e a vederla c’eravamo anche noi studenti del Leopardi-Majorana di Pordenone che, delusi dei posti riservati dal teatro Verdi, per una volta ci siamo trasferiti e finalmente siamo riusciti a vedere il palcoscenico (territorio sconosciuto) e addirittura anche l’attore… Il teatro di Zoppola è piccolo, ma la gentilezza e la voglia di fare si sentono. Non solo da parte degli organizzatori della rassegna: Lella Costa ha concesso agli studenti un’intervista due ore prima dello spettacolo, perché l’arte non è fatta per essere guardata da lontano, ma per essere capita. Infatti la tragedia di Shakespeare è così complessa sotto la superficie che c’è bisogno di qualcuno che la spieghi agli spettatori.
L’attrice ci racconta dell’opera come un’innamorata prima che come una studiosa, duettando con la prof. Covre che ha portato gli studenti all’intervista e può finalmente placare la sua “fame” di artisti teatrali. Rispetto al preesistente racconto medievale, che finiva bene , Shakespeare ha cambiato i nomi e il risultato: Amleto è il figlio di Amleto, padre da cui riceve non solo una comune identità, ma anche un probabile complesso di Edipo e il peso di una vendetta. Per portare a termine questa vendetta si finge pazzo, ma poi si immedesima troppo nel personaggio e non si riesce più a capire quando fa il matto e quando lo è.
Tutto l’amore di Lella Costa è per l’unica innocente in questa tragedia sul marciume: la bella Ofelia, la ragazza di Amleto. Lei crede che il padre abbia organizzato la morte di Amleto e per questo impazzisce e si suicida.
Questo è davvero il dilemma su cui si centra tutta la tragedia: essere o non essere, agire o non agire, espandersi o contrarsi. Amleto ha una fortissima coscienza della sua individualità e libertà rispetto alla società. Rifiuta di accettare i dogmi e le sicurezze che gli vengono imposte, ma nella ricerca della propria verità si perde nei dubbi, finché non riesce più ad agire. Il pallido principe così è l’uomo moderno che si mette al centro del proprio mondo e, privo di ogni certezza, perde anche la voglia di vivere.
Si dice che quando Shakespeare scrisse l’Amleto avesse appena perso il figlio piccolo, chiamato Amleto. Se Shakespeare non ha potuto leggere Freud, forse lo ha scritto.
