“Sì che sei tu, ne sono sicura. Io non dimentico mai una faccia...”

Scritto da
Maria Da Re
Liceo Leopardi-Majorana

Ecco, l’aveva detto. Ormai non gli era più tanto difficile credere che quel ragazzo appena diciottenne con la camicia sbottonata e le scarpe coperte di polvere rossa potesse essere suo fratello.
Devon, esausto, si appoggiò alla macchina e cercò di sorridere mentre pensava a cosa dire. Il vento gli scompigliava i capelli chiari, facendolo sembrare ancora più giovane.
“Senti, amico,” esordì aprendo una mano e frapponendola fra loro come a voler bloccare le cose “… io sono stanco che tu mi segua, ok? Se vuoi dei soldi basta che tu me lo dica, non ho molto in tasca , ma posso darti quasi tutto purché mi lasci stare. Non capisco perché mi hai seguito da Austin fino a qui con quella stupida storia che sono tuo fratello. È impossibile, non ci credo. Basta. Quindi mi dispiace per te, per la strada che hai fatto. Guarda, se vuoi ti pago anche la benzina … “ si bloccò un attimo per ricordarsi il nome di quel trentacinquenne in giacca e cravatta che da tre giorni lo seguiva in mezzo al deserto, ma la memoria gli diede buca. “Scusa, com’è che ti chiami?”, fu costretto a chiedere.
“Harry … Harry Jason Clark”
“Ok, un solo nome basta” tagliò corto Devon. Voleva cercare di dissuaderlo per l’ennesima volta dal seguirlo in California, ma si fermò per guardalo un attimo.
Harry, alla soglia di un altro rifiuto, aveva abbassato sconsolato lo sguardo a terra e le spalle gli si erano involontariamente accasciate. Faceva pena, sembrava un cane abbandonato sul bordo di un’autostrada.
Devon si era chiesto tante volte perché quell’uomo, che ad Austin aveva un lavoro importante, una bella casa, forse una moglie e dei figli, avrebbe dovuto macinargli dietro per chilometri e chilometri attraverso gli Stati più desertici del paese solo per convincerlo di essere suo fratello. All’inizio aveva pensato che potesse essere un pazzo, uno di quei serial killer che ti convincono a viaggiare con loro e poi magari ti bloccano in un motel e la notte ti uccidono, ma guardandolo ora vedeva solo un uomo vuoto, deluso … fallito.
Il vento continuava a salire e , cosa insolita, a est il cielo si stava coprendo di nuvole scure. Entro quella sera avrebbe piovuto.
“Cazzo, tutte a me!” disse Devon tra i denti, appoggiando le mani e la fronte al tettuccio nero dell’auto.
“Va bene, allora, se è così … “ iniziò Harry, facendo per andarsene “…io me ne vado. Ciao” e mettendo le mani in tasca iniziò a camminare verso il bar della stazione di servizio.
Il deserto attorno a lui lo osservava in silenzio.
Ancora non sapeva cosa avrebbe fatto una volta tornato indietro. Un trentacinquenne divorziato che ha perso il lavoro e lasciato la casa alla moglie non deve avere vita facile. Tutto sommato invidiava quel ragazzo, che aveva attraversato tutta l’America in auto da solo, con la macchina fotografica al collo e la California all’orizzonte. Non era del tutto sicuro che fosse suo fratello,anche se i dati corrispondevano e c’era pure una certa somiglianza fisica. Ma quando l’aveva visto per la prima volta in quel bar di Austin, con la macchina fotografica a tracolla e una Cola ghiacciata davanti, aveva pensato: “Devo seguirlo”. Trovarlo era stato come ritrovare il sole, una pagina della propria vita che sembrava perduta, non gli importava che le sue supposizioni fossero vere o no. Quel ragazzo era tutto ciò che lui avrebbe voluto essere: giovane, spensierato, felice. E ora invece la sua bolla di vetro era scoppiata, il sogno finito: doveva tornare alla realtà.
Le nuvole stavano oscurando sempre di più il cielo, ma non avevano ancora raggiunto il sole che tramontava a ovest. Una palla di fuoco che incendiava il deserto.
Era appena giunto sotto la squallida insegna intermittente nel bar, quando una lo chiamò.
Devon gli stava correndo intorno, con lo camicia aperta che svolazzava e le scarpe che scricchiolavano sull’asfalto coperto di sabbia.
“Aspetta Harry! Senti… come ti ho già detto, mi dispiace per la strada e tutto il resto… ma se vuoi, due chiacchiere la facciamo: tanto vale, visto che sei qui”.
Lo sguardo di Harry si era illuminato di colpo. “Ok, vado a prendere due birre.
Aspettami in macchina.”
E si allontanarono trotterellando come due bambini, l’uno verso il bar, l’altro verso l’auto.
Anche Devon era contento. In fondo era come liberarsi di un peso. Almeno non l’avrebbe più seguito, e poi, anche se gli piaceva viaggiare da solo, ogni tanto parlare con qualcuno non era male.
Harry entrò in macchina con due birre ghiacciate e, dopo essersi servito, chiuse la portiera.
“Allora” disse Devon aprendo la sua lattina “sei davvero convinto di quella storia dell’essere fratelli? Insomma, detta così sembra roba da pazzi, amico, sul serio”.
Sebbene Harry non fosse abituato a stare stravaccato in macchina bevendo birra, si trovò presto a suo agio.
Quelle erano le cose che avrebbe voluto fare da ragazzo. Non studiare legge, laurearsi, sposarsi, lavorare e poi fallire. Si sentiva uno stupido, era come se gli mancasse un pezzo di vita.
Con l’aiuto della birra (ne fecero rifornimento più volte) i due andarono avanti tutta la sera ridendo e scherzando come ragazzi. Harry gli raccontava la sua vita e Devon rideva come un pazzo, prendendolo in giro per quanto era stato serio e bacchettone.
“Ma dai, amico” diceva “non dirai sul serio?!?”
E giù altra birra e altre risate. Poi toccò a Devon parlare di sé.
“E tu” chiese Harry “come sei messo? Voglio dire: fidanzato o preferisci fare lo spaccacuori in giro per il deserto?”
“Si chiama Taylor, abita a S. Barbara, California, è per questo che sto andando lì. Io sono di Phialadelphia. Tra un mese ci sposiamo. È bella, cavolo, come il sole, e…” disse tutto d’un fiato, ma Harry lo interruppe.
“Ehi, frena. Vi sposate?”
“Sì, perché? Volevi provarci anche tu?”
“No, no, figurati. È che hai solo diciotto anni…Volevo dire, goditi la vita”
“Non ci riesco senza di lei”
“La ami?”
“Io se tornassi indietro non mi sposerei mai, credimi” Harry buttò giù un sorso di birra per affogare il pensiero della sua ex-moglie.
Tic, tic, tic.
“Ehi, cos’è stato?” scattò di lato tendendo l’orecchio, ma Devon lo rassicurò.
“Piove” disse tranquillo
“Piove?”
“Piove”
“In agosto, nel deserto?”
“Capita”
“E che facciamo?”
Devon esitò un attimo. “Dovrei avere un pallone da calcio, nel bagagliaio…”
“Pallone da calcio? Ma sei matto? E dove giochiamo?”
Ma l’altro, in preda all’euforia, era già balzato dalla macchina e da sotto la pioggia gli stava urlando: “Tutto il deserto non ti basta come campo?”
Harry si bloccò per un attimo che parve interminabile. Poi un altro sorso di birra, accese i fanali per fare luce e uscì correndo sotto la pioggia. Giocare a calcio di notte, sotto la pioggia, con un ragazzo che non sai se è tuo fratello. Tutto intorno il deserto. Com’era bella la vita!
“Devon!” urlò inseguendo “Domani che si fa?”
“Domani California!”
In fondo, cosa importava se non erano fratelli?