La storia di 19.72
Scritto da
Emanuele Maragno
Liceo “E. Duni”
Matera
Quella sera di febbraio Carlo tornò prima dal lavoro. Era uscito di corsa dall'ufficio perché pioveva e, al riparo nella sua automobile, aveva percorso, come altre centinaia di volte, la strada che portava a casa. Sfilò le chiavi dall'impermeabile fradicio ed aprì la porta d'ingresso. Un piacevole tepore lo pervase, accompagnato, come ogni sera, dal senso di sicurezza che gli davano quelle mura amiche. Si liberò del cappotto e si diresse verso la cucina illuminata, fermandosi sulla soglia a gustare il profumo della cena nel forno. « Sei già tornato? » gli chiese Teresa senza nemmeno voltarsi, impegnata, com'era, ai fornelli. « Si, siamo riusciti a sbrigarci un po' prima stasera, ma tutte quelle scartoffie un giorno o l'altro mi faranno impazzire » borbottò Carlo, accennando ad un sorriso. « Qui è pronto tra un po'. Intanto vai a salutare i bambini: sono già a letto ». Lui le diede un bacio e passò attraverso il salone ed un corridoio, per arrivare nella cameretta dei suoi figli. Aprì la porta ed entrò nella semioscurità della stanza. « Papà! » esclamarono quasi all'unisono Michele e la piccola Daniela, che, balzando dal letto, gli si gettò addosso, cingendo a stento, con le braccia, la vita del padre. « Come mai così presto? » chiese Michele, alzando la testa dal cuscino. « Oggi abbiamo finito un po' prima... » « Papà, papà dai, raccontaci le tue storie, me lo avevi promesso! » lo interruppe, ostinata, Daniela, che non si calmò finché Carlo non le disse di sì, sedendosi sulla sedia vicino al letto di Michele, mentre lei si rituffava, soddisfatta, sotto le coperte. « Allora... - esordì l'uomo, alzando gli occhi nel vuoto, come era solito fare, quando era soprappensiero - Oggi vi racconterò la storia di un ragazzino come voi. Sì. Vi racconterò la storia di...19.72». « Che razza di nome » protestò Michele sottovoce, mentre Daniela ridacchiava divertita. « Zitto e ascolta, perché questa è una storia vera e sono sicuro ti piacerà. Dicevo... 19.72 era un bambino come voi. E nato in un paese qui vicino, a Barletta. La sua famiglia non era certo ricca ed agiata, ma suo padre si sforzava di non fargli mancare nulla, di fargli vivere una vita il più possibile serena, per quanto lo permettesse il lavoro di un sarto. 19.72 andava a scuola. Era un ragazzino piuttosto esile e gracilino, a cui non si addicevano le dure giornate nei campi, che ben conoscevano alcuni suoi compagni, costretti a lavorare per dare il loro contributo alla famiglia. 19.72 aveva una passione. Ogni giorno, quando poteva, andava a vedere gli atleti allenarsi ed era particolarmente attratto dall'atletica leggera. Quei movimenti nei lanci, nei salti e nella corsa, la perfezione dei corpi dei ragazzi che si esercitavano, suscitavano in lui un senso di forza, potenza e libertà. Crescendo, anche lui volle affacciarsi in quel mondo di eroi, sentirsi partecipe di quella energia che tanto lo incantava. Così, un pomeriggio, chiese ad un allenatore di metterlo alla prova. In realtà non ebbe molto successo in nessuna disciplina. Era troppo gracilino perché potesse ottenere risultati che quantomeno si avvicinassero a quelli degli altri nel salto in lungo, nel salto in alto, nel lancio del martello o nel getto del peso. Ma, in fondo, questi sport neanche lo divertivano così tanto. Ciò che invece lo faceva entusiasmare, ciò che lo rendeva felice fino quasi a farlo sentire nuovo nell'animo era lo sport più antico del mondo, era la corsa. Quando correva gli sembrava tutto diverso. Gli piaceva ascoltare i battiti del suo cuore e percepire la libertà del vento sulla pelle. Quando correva problemi, ansie e paure svanivano nel nulla. Nonostante tutto, i suoi tempi non erano niente di eccezionale. Gli allenatori glielo dicevano spesso "cosa fai ancora qui? Vai a studiare piuttosto. Se non ti va, vai nei campi a dare una mano ai tuoi!" ma lui non voleva ascoltarli, non voleva rinunciare a quello che, lo sentiva, era ormai parte di sé. Continuò ad allenarsi e pian piano i risultati arrivarono. Certo, non si diventa campioni dall'oggi al domani. Quel ragazzo di campagna dovette lavorare duro, grondare sudore giorno dopo giorno nella smania di migliorare se stesso. "Quando corri sei solo contro il mondo, solo contro il cronometro e la forza per vincere non può che venire solo da te" pensava. Ma 19.72 era forte. Lo sport, certo, gli richiedeva molto tempo, impegno e sacrifìcio, ma gli avrebbe anche regalato tante soddisfazioni ed insegnato a crescere. Cominciò a qualificarsi alle gare provinciali, alle regionali, alle nazionali. Quel ragazzo che voleva diventare un atleta, ormai aveva realizzato il suo sogno: gareggiava con i professionisti. Poi avvenne l'evento più inaspettato di tutti: la qualificazióne alle Olimpiadi. Nessuno, qualche tempo prima, avrebbe scommesso che il bambino di Barletta, che giocava con gli amici a correre attorno alla cattedrale del paese, avrebbe un giorno solcato da protagonista i templi mondiali dell'atletica. Ormai 19.72 correva veloce. Qualcuno aveva anche cominciato a chiedergli l'autografo. E finalmente qualche tempo dopo successe. Quel giorno di settembre il sole di Città di Messico picchiava implacabile sui velocisti che si sistemavano nelle corsie arancioni dei 200 metri. Gli otto atleti si disposero ai blocchi di partenza, stemperando la tensione con respiri profondi, mentre il pubblico, dalle tribune, sosteneva "ad alta voce i suoi campioni. Faceva caldo, l'aria era umida e soffiava un vento fastidioso. Il nostro ragazzo aveva 27 anni. Si diresse lentamente nella corsia numero quattro. Teneva lo sguardo basso. Cercava di concentrarsi e di raccogliere tutte le energie di cui disponeva. "Ai vostri posti" gridò una voce a bordo-pista. Gli atleti si posizionarono, pronti a scattare. La tensione era alle stelle. E dopo lo sparo della partenza accadde l'impossibile. Gli otto leoni correvano insieme verso l'unica diffìcile meta del traguardo. Erano tutti campioni, quasi sovrumani a guardarli., ma il nostro ragazzo aveva una marcia in più. Dalla quarta corsia le gambe sottili lo portavano avanti, la pista gli fuggiva sotto i piedi e neanche sentiva più il boato della folla, che lo incitava, emozionata. Aveva staccato nettamente gli altri e la linea del traguardo era finalmente sua. 19.72, Pietro Mennea, aveva percorso i 200 metri in 19 secondi e 72 centesimi, aveva vinto le Universiadi di Città di Messico, aveva stabilito il nuovo record del mondo. Nessuno, prima di lui, era stato così veloce. Pieno di gioia, sollevò l'indice al cielo, come ormai faceva sempre, dopo ogni vittoria. Pieretto, come lo chiamavano i suoi amici, era entrato nell'Olimpo dell'atletica, aveva conquistato la gloria eterna. Tra gli ultimi velocisti a tenere testa ai campioni afroamericani, è stato e rimarrà l'orgoglio dello sport italiano ». Carlo osservò i suoi bambini, ormai addormentati nei loro letti, e si avvicinò alla finestra. Aveva smesso di piovere. Il vento muoveva a fatica le nubi grevi, che nascondevano il cielo, mentre la luna, trovando un varco nella oscurità della notte, illuminava la finestra, rigata dalle gocce di pioggia. Carlo si diresse verso la porta della camera, esitando sulla soglia. "Inseguite sempre i vostri traguardi" pensò tra sé, guardando Daniela e Michele, persi nei loro sogni. Chissà se avevano ascoltato la fine della storia. L'uomo uscì lentamente e chiuse la porta dietro di sé.
