Non dire falsa testimonianza: che spazio ha la verità nella scienza moderna?

Oggi alcune classi quarte e quinte del nostro liceo sono andate a sentire una conferenza tenuta da Edoardo Boncinelli, genetista italiano di fama internazionale, presso l’auditorium del Don Bosco.

L’interlocutore che lo presentava e che gli rivolgeva le domande lo ha definito subito come una persona che “ha sempre avuto molto chiaro cosa è scienza e cosa non è scienza”. Il tema conduttore dell’incontro era la falsa testimonianza, la bugia, nella scienza moderna cos’è cioè per lo scienziato la verità nella ricerca scientifica.

Boncinelli ha iniziato subito con una distinzione, che secondo me è fondamentale quando si parla di “bugie” in campo scientifico. Infatti la falsa testimonianza può essere dovuta ad un errore (di varia natura: dovuto al calcolo, alla misurazione, ecc) o alla menzogna, che invece è volontaria ed inserita forse per dar credito ad un dato che avvalora tutte le ipotesi sostenute dal ricercatore in quel momento. Ovviamente nella scienza non ci dovrebbe essere la menzogna, e per quanto riguarda gli errori, grazie alla globalizzazione delle divulgazioni scientifiche (che crea uno stato di controllo efficiente che i ricercatori fanno su altri ricercatori mettendo alla prova in laboratori e luoghi diversi gli stessi esperimenti), dovrebbero essere sempre più limitati, e comunque sarà necessario sempre meno tempo per scoprirli.

Un esperimento per essere vero deve essere ripetibile: ciò rende la scienza una materia aperta agli sconvolgimenti e ai cambiamenti, ma gli conferisce anche molta autorità. Come ha detto Boncinelli, la scienza è l’unica branca del sapere in cui “un quindicenne ben informato può mettere in imbarazzo e dissentire dalla parole di un eminente professore, giustificando ovviamente le sue affermazioni sperimentalmente”.

Quando viene chiesto al professore cosa sia la scienza la risposta è “la scienza è molte cose..” Infatti può essere intesa come conoscenza “saper pescare”, saper fare il calzolaio” o può essere intesa come scienza sperimentale, quindi “un insieme di cose e persone che si occupano di chimica, biologia, fisica, ecc, che si svolge in laboratorio ed è un’impresa collettiva e progressiva volta a chiarire gli aspetti della realtà ancora sconosciuti, connettendoli in maniera simpatica e non contraddittoria”. Questa definizione, un po’ complicata per la verità, coglie due aspetti fondamentali: la collettività e la progressività. La scienza non procede, come sembra leggendo i giornali quando avviene una nuova scoperta, per scossoni e rivoluzioni, ma in maniera progressiva “un passo alla volta” e tutto ciò è collettivo, capita sempre più spesso che prestigiosi lavori scientifici siano firmati da 100-200 persone.

Durante il dibattito è stato sottolineato che, quando viene pubblicata una nuova scoperta, una nuova teoria, per la spiegazione di un dato fatto, quasi mai viene cancellata completamente la teoria precedente, che invece viene inglobata nelle parti deficitarie nella nuova. Se ad esempio fosse vero che i neutrini vanno più veloci della luce, non si scarterebbe comunque tutta la relatività di Einstein, come la fisica newtoniana è ancora utilizzata per andare sulla luna, per le più banali azioni quotidiane, pur sapendo che in particolari situazioni non è attendibile ed è necessario usare la relatività.

La conversazione si è poi concentrata sulla riproducibilità degli esperimenti e sul fatto che i risultati di tali esperienze dovrebbero essere comunicati potenzialmente a tutti, confermando ancora una volta che la scienza prevede la possibilità di essere messa in gioco da ognuno di noi. Soprattutto noi ragazzi non dobbiamo considerare la scienza o una formula matematica come magia, come una cosa data, ma dobbiamo ricordarci sempre che essa non è altro che un riassunto dei concetti che esprime. Ogni formula la posso raccontare!

L’ultima parte della conferenza si è incentrata sul contrasto sempre più evidente tra scienze e pseudoscienze. Uno delle distinzioni fondamentali è che la scienza deve definire i termini che adopera, e ciò non può essere contraddittorio. “Non posso dire che questo è e non è un microfono”. quindi il nocciolo della comunicazioni scientifica è la chiarezza e la non contraddittorietà.

Molte pseudoscienze oggi peccano di ciò e contengono al loro interno elementi discordanti fra loro. Quindi con il linguaggio, che per Kant è un istinto incoercibile in noi, dobbiamo comunicare chiaramente i risultati forniti da nocciolo sperimentale della scienza a più persone possibili. Le Pseudoscienze, secondo il professore, sono materie come l’omeopatia, la psicanalisi, che vengono “vendute come veri medicinali senza però averne tutte le caratteristiche”. E qui si ritorna al tema di partenza, non dire falsa testimonianza, non catturare cioè con metodo scientifico le persone trattando argomenti non-scientifici.

P.S. Mi è piaciuto scoprire, leggendo la biografia di Boncinelli, che – oltre ad essere un famoso fisico e genetista – è anche un appassionato grecista, un qualità questa che sempre più con la specializzazione del sapere sta sparendo, mentre si dovrebbe tornare per quanto possibile ad una conoscenza più ampia e vasta possibile.

Nicolò Pattanaro, VCs

 

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