Il processo: una macchina che non porta alla verità

Il processo è «procedere» come dice la parola stessa, è un motore con i suoi ingranaggi, è un rituale con le sue regole, e se il tutto funziona il risultato potrà esserne il frutto fedele, senza però pretendere di aspirare a rappresentare, sempre e comunque, la realtà di quanto accaduto. A rendersene conto sono stati spesso gli stessi chierici della liturgia processuale, i giudici quando hanno affidato alla letteratura e al romanzo la propria disillusione. La memoria rimanda ad un capostipite, Giuseppe Loschiavo con «Piccola Pretura» del 1948, ripreso da Pietro Germi nel film In nome della legge seguito da Dante Troisi. Questi, con Diario di un giudice del 1955, fu censurato disciplinarmente per aver diffamato la magistratura. In realtà sottolineava come la polverosa pratica burocratica del giudicare potesse convivere con l’inaccessibile realtà di una società arretrata. E confessava l’impossibilità che il fascicolo processuale raggiunga l’essenza delle esistenze. Negli Anni 80 esce Procedura del magistrato sardo Salvatore Mannuzzu. Già il titolo dichiara l’esito dell’autocoscienza dell’autore: procedura è un sostantivo che descrive un percorso che non ha punto d’arrivo, orfano di verità perché la verità è introvabile. La storia racconta di un’indagine che vuol comprendere le ragioni per cui è morto il consigliere Garau: ma chi era costui? Un bugiardo, un ingenuo, un cinico, un seduttore? Anche quando sembra che la verità si presenti spoglia allo sguardo di chi l’ha inseguita, essa si rivela inafferrabile e il giudice, deluso, lascia la Sardegna. «La storia che ho cercato di scrivere – precisa Mannuzzu – non ha conclusione». Il romanzo di Paolo Toso (La verità di carta, Romanzo a Palazzo di Giustizia, Instar Libri, 2012: domani alle 18 la presentazione con l’autore e Giancarlo Caselli alla libreria Torre di Abele di Torino) si pone su questa scia, e non su quella folta e già collaudata intrapresa da molti suoi colleghi del genere «giallo-poliziesco». Nessuna indagine di magistrati o investigatori, di poliziotti o carabinieri, nessun eroe che vince l’oscurità e il male, nessuna cornice ambientale che alimenta l’azione, anche se l’occasione del libro è un caso giudiziario, i capitoli si snodano con le fasi del processo e la città è Torino. Quel caso giudiziario consente di far emergere molti attori, ma nessun protagonista. Esiste il coinvolto, un ingegnere semplice e malaccorto che viene travolto da un’inchiesta, esistono gli avvocati, i giudici, il pubblico ministero, il direttore del carcere, gli amici occasionali incontrati nella sventura carceraria, il maresciallo esecutore di direttive. Ciascuno svolge il suo ruolo senza sbavature negative, senza violazioni, taluno irregolare come l’avvocato difensore, talaltro integrato come l’avvocato avversario. Questi attori scompaiono di fronte all’ingranaggio di cui fanno parte, la «meccanica giudiziaria» e cioè il processo che fagocita le persone in un mondo anonimo e incomprensibile, in cui regna il formalismo che rispetta la legge ma appanna la giustizia. A fronte di discussioni procedurali, di eccezioni, talune risposte sono incomprensibili «ma il processo lo consente». Nessuna torsione dei principi, ma in questo modo filtrano solo «riflessi di verità» e non la verità dei fatti a cui si dovrebbe tendere. In realtà il finale, visto che non è un giallo lo si può citare, rivela una confessione, quella del pubblico ministero, in cui si può scorgere l’autore che riveste quel ruolo da molti anni a Torino. All’inizio egli pensava che il processo potesse raggiungere la verità e quindi l’obiettivo finale, facendo cadere il velo delle carte processuali. Ora però subentra il disincanto: le regole oscillano con gli umori di chi le crea, il meccanismo giudiziario è «una confezione che spesso nasconde il contenuto», prevalgono gli esercizi di stile che conducono gli uomini che ne fanno parte ad essere «protagonisti di storie stanche», la verità è «di carta». Stufo di illudersi, «faccio la mia parte di attore consumato, ma lascio la valigia fuori dall’aula». Rimane l’avventura umana, il conoscere persone che ci si augura migliorino o quantomeno non peggiorino. E alcuni comprimari del romanzo si legano tra loro, distinguendosi da altri, grazie al segno della semplicità e dell’onestà. Si ritrovano in un finale in cui il disincanto si unisce, senza opporsi, al valore positivo ed autentico delle loro umanità. Altrettanta onestà è dell’autore che, coraggiosamente, incide chirurgicamente sulla visione, forse antica, della «religione» della giustizia, affrontando temi, su cui si può anche discutere, ma che fanno parte della «forma di vita» del processo, di un mondo popolato da leggi ma anche e soprattutto da uomini. Del resto, per riflettere, talora non è necessario usare trame complesse. Come ha ricordato Sciascia, è sufficiente Una storia semplice.

L’articolo completo e gli approfondimenti sono disponibili all’indirizzo: http://www.lastampa.it/2012/10/17/cultura/il-processo-una-macchina-che-non-porta-alla-verita-7hnIE8irvxJebzRhKuTgNP/pagina.html

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