Clandestino per una notte, la nuova moda del turismo messicano

Se avete in cantiere un viaggio in Messico vi suggerisco una meta davvero insolita. Occorre spingersi al centro del Messico, nello stato di Hidalgo, nell’antichità cuore della civiltà tolteca, oggi uno dei luoghi più miseri e arretrati della terra. Sapete quando di un posto si dice ‘Qui Dio si è dimenticato di tutto e di tutti’? In verità, Dio non ha dimenticato Hidalgo, lo ha fatto proprio sparire dai suoi atlanti. Il 92% della popolazione vive sotto le soglie (ma molto sotto) della povertà. Tra i suoi primati, la più bassa aspettativa di vita di tutto il Centroamerica, la più alta mortalità infantile, i peggiori salari del Messico, il più alto tasso di analfabetismo, la più alta astensione scolastica. Nella valle del Mezquital e in molti villaggi del municipio di Ixmiquilpan le case sono prive di servizi igienici, di acqua potabile, di energia elettrica, di pavimenti. Quando a questa gente, gli indios Hñahñus, parlavi dell’America sgranavano gli occhi increduli. L’America per loro più che un luogo era mitologia. Così, appena potevano, cercavano di raggiungerla. Il 90% della popolazione emigrava illegalmente in Nevada e in Arizona, sognando posti da manovale, da autisti di camion, da braccianti nei campi della California. Molti di loro perdevano la vita forzando i posti di blocco, crivellati dai proiettili mentre scavalcavano le recinzioni (un po’ come i loro ‘cugini’ di Berlino Est freddati dai Vopos ogni volta che tentavano di violare il Muro). Altri venivano fermati dalla Border Patrol e rimandati indietro, altri perdevano tutto prima ancora di cominciare, truffati da chi li aveva accompagnati alla frontiera dietro salatissimo compenso e poi denunciati alla polizia. Sette anni fa un gruppo di volontari alla cui testa c’era Elerino Martin decisero di sensibilizzare gli indios e di mostrare loro a cosa andavano incontro scappando in America. Il Parque EcoAlberto ricreava a meraviglia i paesaggi frontalieri del Nord e dunque era perfetto per simulare un viaggio illegale negli Stati Uniti passando attraverso il Rio Grande. Poi i responsabili del Parco decisero di trasformare questa esperienza estrema in un’attrattiva turistica e cominciarono a venderla ai tour-operator messicani e americani. Per cento pesos, l’equivalente di sei euro, gruppi di 50 e di 100 turisti affrontano quasi tutte le sere una marcia notturna di quattro ore, guadando fiumi limacciosi, scansando rovi e crotali, attraversando deserti, ascendendo le colline calcaree della valle del Mezquital. Al turista non è risparmato nessun colpo basso. Sirene che ululano angoscianti, torce che frugano nell’oscurità, megafoni della Border Patrol che con forte accento yankee intimano ai clandestini di arrendersi in cambio di acqua e cibo, colpi d’arma da fuoco sparati all’improvviso. All’inizio, assicurano i turisti, sembra tutto un gioco, poi la fatica e la tensione prendono il sopravvento e distinguere la realtà dalla finzione diventa quasi impossibile. L’immedesimazione nel ruolo di clandestini è inevitabile e sorprendente. In una sola notte, raccontano due studenti messicani, ti giochi il destino di una vita intera. E allora comprendi tante cose e non puoi che essere solidale con questa gente. Il successo della Caminata Nocturna è stato tale da persuadere molti indios Hñahñus a rimanere in Hidalgo e a lavorare nel Parco anziché emigrare negli Stati Uniti. Il Parco offrendo posti di lavoro frena le emigrazioni illegali verso l’America e presto neanche ai giovani più irrequieti verrà la tentazione di sfidare la sorte oltre la frontiera. Ma la Caminata Nocturna non è la sola attrattiva del Parco EcoAlberto. Se amate il kayak d’acqua bianca o le escursioni in mountain bikes, il parco è un paradiso. Offre acque termali ricche di zolfo, splendide aree camping, indios che con le foglie dell’agave producono spugne desfolianti per la pelle, spettacolari itinerari di birdwatching nella cornice del Grand Canyon. Senza contare che nel parco e nei villaggi che lo circondano è possibile degustare una cucina virile, per palati d’amianto, che ha nel borrego en barbacoa la sua specialità più rinomata. E’ un modo di cucinare la pecora primitivo ma assai efficace e saporito. La si fa a pezzi, la si sala, la si aromatizza, poi la si adagia su una pentola di creta in cui sobbolle un brodo di ceci, riso, cipolla e peperoncino, in modo che la carne faccia da coperchio, poi si avvolge il tutto con foglie di agave e lo si cala all’interno di piccoli forni scavati sotto terra. Il risultato è prodigioso: la carne è inusitatamente tenera, profumata, sapida ma senza sentore di selvatico.

L’articolo completo e gli approfondimenti sono disponibili all’indirizzo: http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/441486/

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