“La fine della solitudine” di Benedict Wells (Milena Di Fusco)

 

“La fine della solitudine” di Benedict Wells narra la storia di tre fratelli, Jules, Liz e Marty, che perdono i genitori da piccoli e sono destinati a vivere separati, senza famiglia e, ben presto, estranei l’uno all’altra. Crescendo devono fare i conti con la vita, con un’infanzia difficile e con un destino già in partenza sfavorevole che sembra caratterizzato da forze invisibili che portano cambiamenti fulminei nella vita dei tre ragazzi. Ognuno di loro affronterà la propria vita in modo diverso: Liz vivrà senza limiti, provando tutto ciò che c’è da provare nella vita, Marty si immergerà negli studi e diventerà cinico e nichilista e considererà tutto privo di significato per evitare di subire altre perdite, mentre Jules sfuggirà alla vita diventando introverso, rifugiandosi in una vita di sogni e diventando sempre più solo. Il vero protagonista di questa storia è però Jules e l’intreccio della sua vita con quella di Alva, una ragazza che conosce a scuola durante i primi anni in collegio. Alva e Jules sono due solitudini che si incrociano, si cercano e si mancano per anni, incapaci di riconoscere il sentimento che provano l’uno per l’altra a causa del loro reciproco bisogno di affetto e amicizia, dovuto a una vita appena incominciata, ma già segnata da profonde cicatrici difficili da coprire. Molto profonde sono le riflessioni che i protagonisti esprimono durante tutto il romanzo: si riflette su temi importanti come il senso della vita, il destino, il caso, la realtà e l’invenzione, il tempo e i ricordi. Sono temi che caratterizzano fortemente la vita, sopratutto di Jules, che da quando ha perso i genitori, non fa altro che porsi domande sulla propria vita, concepita da lui come una grande semina interiore di cui non si possono vedere i frutti se non quando il raccolto sarà maturo ma, a quel punto, sarà troppo tardi. La sua stessa identità è un grosso problema, per il protagonista, che si chiede se esista qualcosa di invariabile nell’essere, in quanto si accorge, infatti, di avere varie varianti di se stesso o di averle potute avere se solo le avesse scelte: quella reale che lo caratterizza ora, al posto di un’altra, è solamente un caso ma, nonostante per gran parte del libro si senta sbagliato, Jules comprende alla fine che la variante di se stesso che ora gli appartiene non può essere sbagliata perchè è semplicemente la sua. Lo stesso concetto di autentico viene spesso mescolato e posto sullo stesso piano dell’inventato in quanto, se il tempo renderà tutto lontano e non lascerà la prova di niente, non ha alcuna importanza stabilire quale sia la realtà. Gli stessi ricordi sono infatti ingannevoli: si ricorda in modo molto più intenso ciò che emotivamente ci riguarda di più, si tende con il tempo a modificare i propri ricordi, a cambiarli, ma essi rimangono comunque sempre lì, come se non fosse il tempo a scorrere in modo lineare accanto a noi ma noi a passare accanto a ciò che abbiamo vissuto, come se il tempo in realtà non esistesse. Durante il romanzo Jules e i suoi fratelli si rendono conto che non si può trattenere nulla nella vita, ma si può solo essere, ed è proprio nelle lacerazioni e nelle perdite che spesso si scopre chi si è e cosa si vuole. Vero è anche che le perdite e le lacerazioni segnano l’uomo in modo indelebile e tendono a condizionarlo per il resto della sua vita ma non siamo noi i responsabili di ciò che ci accade ma lo siamo degli effetti che questi eventi hanno su di noi, siamo noi i responsabili di noi stessi, noi gli architetti della nostra vita.

Questo libro mi ha colpito in maniera straordinaria. Quando ho iniziato a leggerlo ero infatti piuttosto scettica sulla storia ed ero addirittura tentata di cambiare libro in quanto già mi immaginavo la solita smielosa storia d’amore tra due giovani ragazzi. Non mi sarei mai aspettata quello che si può considerare un romanzo di formazione interiore del protagonista che però riguarda tutti noi, tutta l’esistenza umana. I quesiti che vengono posti sulla vita, sulla realtà, il tempo ma sopratutto sull’essere non sono per niente banali e i corrispettivi tentativi di risposta sono ancora più brillanti e degni di riflessione. Si indaga molto sui sentimenti, in particolare sulla solitudine, sulle numerose alternative dell’io che avrebbero potuto essere e che non sono state ma che in qualche modo sono nostre e, seppur diverse, non sono paradossalmente mai sbagliate; su un passato che non passa ma che ci condiziona a seconda di quanto glielo permettiamo. Consiglierei volentieri questo libro proprio per le riflessioni in esso contenute e per i messaggi, spesso impliciti, che l’autore ci manda sulla sua concezione della vita.

Milena Di Fusco

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