Un dolore al mondo. Intervista ad Andrea Bajani

Anche il Liceo Leopardi-Majorana parteciperà alla Giornata internazionale del libro, che si terrà venerdì 21 aprile alle 10 presso l’Auditorium Concordia di Pordenone e che vedrà coinvolti diversi istituti superiori di Pordenone e Cordenons.
Questa è l’intervista all’autore curata dagli studenti di 4A Scientifico.

Un-bene-al-mondo_image_ini_620x465_downonly“Per i bambini che siamo stati. E per quelli che, crescendo, siamo diventati. ‘’
‘’Un bene al mondo’’ parla di un bambino e di come il mondo moderno appare ai suoi occhi, a volte freddo e spietato com’è realmente, altre dolce e incantato come solo un bambino può immaginare. Così nel libro di Bajani il dolore non risparmia nessuno, ci segue fedelmente come un cane e sa insinuarsi anche in questa storia dai contorni di una fiaba.
Può un bambino andare oltre al dolore che il mondo gli infligge o può soltanto renderlo abitudine?
La dimensione poetica di Bajani permea l’opera nei temi e nello stile, graffiando il lettore con una realtà fredda e anonima, affiancando a ognuno di noi un’ombra impercettibile che culmina con il plot twist finale, metafora dell’universalità del dolore, del cane che è il nostro compagno per antonomasia, lasciandoci solo le nostre illusioni come spiraglio per estraniarci da questa realtà sbiadita.

1. Perché ha deciso di personificare il dolore (e quindi dargli forma)? E perché proprio in un cane?

In realtà non si tratta di una decisione vera e propria. Questo romanzo è giunto a me per la via che abitualmente prendono le poesie, che a differenza dei romanzi di solito a me si presentano con un’immagine e qualche parola che l’accompagna. Ho visto arrivare ‘un bambino e il suo dolore’, e semplicemente li ho riconosciuti. Se fosse stata una poesia avrei risolto la metafora in un verso. Ma qui ho pensato che quella metafora – ovvero l’idea che il dolore possa accompagnare le persone come un animale fedele – valesse una storia. Ho messo le gambe a una metafora e l’ho fatta diventare un romanzo. Non saprei dire se è un cane, in realtà. Io nel romanzo non lo dico mai. Certo ci assomiglia, compie molte azioni tipiche dei cani. Del cane soprattutto ha la fedeltà, appunto. Ma molti lettori ci vedono altri animali. È il lettore a dargli una forma, non l’autore.

Andrea-Bajani-Olycom2. Perché ha scelto come titolo del romanzo “Un bene al mondo” se il filo conduttore della vicenda è il dolore? 

Il titolo nasce da un lettera di Leopardi a Pietro Giordani, in cui Leopardi gli dice che Recanati è colpevole di non avergli dato ‘un bene al mondo’. Ci si potrebbe stare giorni per spiegare che cosa intendesse dicendo ‘un bene al mondo’, anche se in realtà è, intuitivamente molto chiaro. Nel caso specifico di questo romanzo, si racconta di come il dolore, lungi dall’essere soltanto una zavorra, può essere davvero un bene per un bambino, se solo gli dò ascolto. Il dolore è una dimensione dell’esistenza. Negarlo o chiuderlo in gabbia, come fa il padre del bambino, produce soltanto immensi danni. Ascoltarlo, trattarlo come un ‘bene’ fa diventare grande il bambino.

3. Per quale motivo il bambino e il suo dolore vengono presi di mira dagli altri bambini? 

Il dolore viene sempre preso di mira, e l’infanzia è innocente soltanto negli stereotipi. L’infanzia può essere spietata, come sappiamo bene. Ed è un istinto spietato, quello di tentare di colpire i punti deboli degli altri. Ma proprio in quanto amico del suo dolore il bambino è più forte di loro. La sua debolezza, si potrebbe dire, è la sua forza. E questo vale quasi sempre, credo, se la debolezza è riconosciuta. Lui sarà l’unico, infatti, ad avere la forza di andarsene. Gli altri resteranno sulla panchina a guardare la vita passare senza avere il coraggio di viverla davvero.

4. Perché e in che modo è morto il dolore della madre? 

A questo domanda non so proprio rispondere. È successo, me lo sono trovato morto tra le mani mentre scrivevo quella storia. Certo non c’è delitto peggiore, o sciagura, che uccidere il proprio dolore. Ci si consegna a una vita devitalizzata, una specie di coma dinamico. Il bambino è con quella morte che ha a che fare sin dalla nascita. O almeno è così che vive la sua condizione.

5. Cosa vorrebbe che un ragazzo traesse dal suo romanzo? 

Vorrei lo attraversasse con coraggio, che scoprisse delle parti di sé – attraverso il libro – che magari trascurava. Questo è quello che in realtà chiedo a tutti i lettori, e chiedo a me per primo quando leggo un libro. Vorrei uscire da un libro diverso da come ci sono entrato. Scrivere questo libro è stata una grande esperienza, ho attraversato mille emozioni, e sono sbucato alla fine che ero un altro uomo. Vorrei che una parte di tutto questo succedesse anche ai lettori. Tra tutti, i ragazzi sono quelli che hanno più confidenza con il dolore. Noi adulti cerchiamo di anestetizzarlo, e inventiamo mille storie per trovare una ragione a tutto quello che non va. Un ragazzo gli sta davanti con molto più coraggio.

6. Perché ha deciso di raccontare una storia sul dolore?

Perché non si può raccontare altro. È la questione primaria. Cosa ci fa un uomo – o una donna, o un bambino – con il dolore. Come prova a essere felice. Credo di fatto di aver scritto un libro sulla felicità.

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