Il Leomajor alla Giornata Mondiale del Libro con Catozzella

Lo scorso 11 aprile alcune classi del Leomajor hanno partecipato alla Giornata Mondiale del Libro all’Auditorio Concordia, dove era stato invitato Giuseppe Catozzella. I ragazzi avevano prima letto il suo romanzo “Non dirmi che hai paura” (Feltrinelli, 2014; Premio Strega Giovani 2014) e avevano prodotto lettere, poesie, recensioni e video. Di seguito pubblichiamo tutti i materiali dei nostri studenti.

* Video montato da Sofia Agnosto (2Au) con la collaborazione di Renata Rossaro.

* Video realizzato dagli studenti di 3Cs (presto si potrà scaricare).

* Isabella Speranza

Buonasera signor Catozzella,

forse sarò solo una delle tante persone che le scrivono in privato, ma, se mai dovesse imbattersi in queste mie righe imperfette, almeno saprò di aver “rischiato” a fin di bene.
Sono una studentessa che era presente alla sua conferenza al Concordia di Pordenone sul suo libro “Non dirmi che hai paura” e, prima di farle sapere quanto le sue parole mi siano state d’aiuto, volevo parlarle dell’impatto che il suo libro ha avuto su di me.
Se devo essere sincera, inizialmente pensavo che una storia realmente accaduta non mi potesse trasmettere granché, soprattutto perché sono solita cercare parole che mi facciano venire voglia di andare avanti e non storie che qualcuno ha già vissuto e probabilmente raccontato.
Appena comprai il libro mi concentrai soprattutto su quella grande farfalla gialla; mi dava un senso di libertà solo a guardarla.
Mi sono fermata così per più di mezz’ora nel tentativo di comprendere come un’esile e semplice farfalla potesse trasmettere un’ emozione così tanto ricercata da tutti noi.
E, dalla prima all’ultima pagina, è stato come ritornare a comprendere il significato di cosa sia la libertà, di cosa siano i sogni.
Mi sono ritrovata nelle parole di Samia, di Hodan e della loro voglia di andare contro la guerra, contro quella grande muraglia che le divide dalla loro libertà.
Quando ho finito di leggere il libro mi sono sentita piena di mille motivi per andare avanti, per raggiungere i miei obiettivi, il mio sogno.
Alla conferenza che si è tenuta lo scorso sabato, le sue parole mi hanno suscitato emozioni che ormai per me erano sepolte sotto metri di dubbi e paure. Anch’io sogno di diventare una scrittrice. Sono nel pieno della mia adolescenza, eppure mi sento in gabbia. E la scrittura è l’unica cosa che mi porta in un posto sicuro, lontano dalle cose quotidiane.
Quel Sabato era uno di quei giorni dove tutto è senza colori e, onestamente, mi sentivo a disagio nello stare in un luogo così affollato.
Ad un certo punto della conferenza ricordo di aver sentito una parola che ha catturato la mia attenzione: dolore.
E quando lei ha spiegato che il dolore viene affrontato solo quando lo affrontiamo di petto (mi perdoni se le parole non sono esatte a quelle da lei dette) mi sono sentita meglio. Ho trovato conforto in tutto quello che ha detto; dal dolore al suo incontro con Hodan. Tutto. Tutte le parole che sono state dette in quel palazzetto mi hanno infuso coraggio.
Mi perdoni se questo messaggio non è scritto al meglio, ma sono ancora una piccola farfalla racchiusa nel suo bozzolo.

Grazie ancora.

Una studentessa del Majorana che cerca la libertà.

 

* Giusy Portolan

Mi sono immedesimata in Hodan, la madre di Mannaar e sorella di Samia, e cerco di parlare con mia figlia attraverso una lettera per spiegarle quello che a voce risulterebbe difficile.

Cara Mannaar,

sono sicura che tu conosca, per fama o perché te ne parlo io, tua zia Samia. Era una grande campionessa, non è vero? Sono sicura anche del fatto che tu voglia seguire le sue orme. Ti vedo correre nel giardino, vedo tutta la tua forza incanalarsi nella corsa ed è magia in un attimo. Mi ricordi tanto Samia, sempre pronta a correre, a dare il meglio di sé stessa, a migliorare e a vivere. Vorrei tanto che tu l’avessi conosciuta, sono sicura che sareste andate d’accordo. Avete la stessa passione e vi assomigliate anche fisicamente, le mie due campionesse. Ti vedo correre, Mannaar. Nel giardino, nei campetti vicino alla scuola, negli stadi deserti come faceva tua zia Samia e spero che un giorno tu possa correre su uno stadio enorme, pieno di gente che tifa per te e che ti applaudirà quando arriverai prima. Io sarò lì, a scattarti foto, a piangere per le tue vittorie, a sostenerti anche nei momenti più brutti. Mi sarebbe piaciuto che insieme a me ci fosse anche Samia, ma la guerra l’ha portata via dal mondo. Sai, Mannaar, un giorno ti insegnerò che cos’è la guerra, perché è così brutta, perché è così inutile. Quando mi chiederai che fine ha fatto zia Samia, la zia di cui ti parlo tanto, ti risponderò: “è morta in guerra, combattendo per la libertà”. Per te invece desidero una vita semplice, non voglio che tu debba andartene dal tuo paese perché non ti senti al sicuro o che tu non possa conseguire i tuoi obbiettivi a causa del colore della tua pelle. Io desidero che tu possa arrivare ovunque tu voglia andare e anche più in alto, che tu segua il tuo istinto e le tue passioni. Voglio il meglio per te. Voglio ripeterti la frase che io, nascosta tra le fronde di un albero, sentii dire da mio padre a Samia. “Non devi mai dire che hai paura, piccola. Mai. Altrimenti le cose di cui hai paura si credono grandi e pensano di poterti vincere.” Non aver mai paura, Mannaar, ricordatelo, con la paura non si arriva da nessuna parte e si finisce solo per trascorrere una vita piena di rimorsi e di rimpianti. Sono espatriata dalla mia terra per poter dare un futuro migliore a me e anche a te, un futuro in cui tu possa sentirti al sicuro e non minacciata come mi sentivo io da piccola. Spero di esserci riuscita. Io e il papà siamo molto fieri di te, sappiamo che raggiungerai grandi risultati, come ha fatto tua zia Samia, se non di più. Ho deciso di scriverti questa lettera affinché tu la possa leggere nei momenti in cui ti senti insicura o impaurita, così che ti possa dare quella forza che serve per andare avanti. Tu sei una piccola campionessa, Mannaar.

Con tutto l’affetto del  mondo,

tua mamma Hodan.

* Alba Zorzetto

Apri le ali e vola

Ti diranno che non puoi,
che sei troppo piccola,
troppo magra,
troppo bassa.
Ti diranno che non ce la farai mai,
che non sei nessuno,
che non arriverai da nessuna parte.
Forse rideranno di te
e ti chiameranno tahrib
e hawaian.
Tu non ascoltarli,
non dire che hai paura,
lotta per quello in cui credi
e apri le ali e vola, abaayo.

* Anna Vianello

Milano, gennaio 2014

Carissima Hodan,

sperando che la carta non arrivi troppo sgualcita in quel di Mogadiscio, ti scrivo in questa fredda sera di gennaio. Tutto è più calmo, pacato, tenue. Si sente solo lo sfrigolio della mia mano che passa sulla carta, andando a capo. Ammiro le pareti dello studio tappezzate di tutti i souvenir che mi hai regalato tra una storia e l’altra e di tanto in tanto mi sembra di sentire di nuovo la tua voce, calda e veloce. Ho qui, tra le mani, il libro. È tutto azzurro, con una grande farfalla gialla al centro. Ti piacerebbe. Lo prenderesti in mano tutta esaltata, all’inizio, ma poi, forse, ti emozioneresti a guardare quelle ali così fragili e soffici. Ci passeresti sopra le tue dita magre e penseresti a Samia. Ne sono sicuro. Alzeresti la testa per guardarmi, forse rideresti, alla fine. Chi lo sa… Me lo rigiro continuamente tra le mani e ancora non ci credo: è così strano vedere finalmente tutto insieme. Lì dentro non c’è solo Samia, ci sei soprattutto tu, che hai saputo dare voce ai suoi pensieri, alla sua storia, che mi hai preso per mano e mi hai mostrato quello che dovevo raccontare. Ci sei tu che ci hai sempre creduto. Lì dentro, in quelle 236 pagine, c’è il ricordo delle tue risate e delle tue lacrime, di tutte le storie di cui non ho voluto prendere appunti, di tutti i paesaggi che ho preferito non fotografare. Sfrego le pagine con il pollice, e, insieme all’inconfondibile aroma di carta appena stampata, esce tutto fuori, in un attimo: assaporo l’aroma di salsedine del mare di Mogadiscio, la voce determinata di Alì che grida a Samia di sorridere quando taglia il traguardo, sento il fiatone ritmato che accompagna la sua corsa e la nube di polvere bianca mi acceca per un attimo; sento il profumo dell’albero di eucalipto mentre mi porti una squisita pietanza somala e la schiena che mi brucia a forza di stare a gambe incrociate. Siamo stati così per ore, senza mai stancarci. Sono sicuro che piacerà anche a te sfregare quelle pagine, per vedere cosa viene fuori. E così te ne mando una copia. Finalmente potrai tenere la storia di tua sorella su una mensola, e sfogliarla ogni volta che vorrai.

Un abbraccio dal più fedele appassionato delle tue storie.

Giuseppe

* Anna De Zotti

                                                                                               26 Febbraio 2015

Caro Alì,

sì, ti dico “caro”, perché penso che tu possa ancora esserlo, sul serio. Anzi, forse non hai mai smesso di pensare da “caro”, da vero amico. Il problema è che hai deciso di nasconderti, dietro una lunga barba e un fucile. Quella barba e quel fucile, però, non possono celare tutto, il tuo passato, il tuo carattere, il tuo amore. Qualcosa ti è sfuggita, ti sfugge tutt’ora, credo, e penso sinceramente che ti sfuggirà ancora. Il rimorso, non è vero? Quell’agglomerato di ricordi che si combinano, si mescolano, si scindono e si ricompongono fino a farti vedere la realtà. Combattilo pure, ma sappi che non ti abbandonerà mai, non smetterà di tormentarti, non permetterà che tu possa dimenticare, ti salverà sempre dal buco nero della disumanità. Ecco, è questo che voglio fare, scrivendoti la lettera. Salvarti. È questo che sono io. Io sono il Rimorso. Non vedi il mio volto. Non senti la mia voce. Solo questo. Ti chiedo solo questo. Fidati. Puoi solo fidarti di me. Leggi le mie parole e rispondi alle mie domande.
Sei fuggito e ti sei unito ad Al Shabab, con la lusinga di un’istruzione completa, di tre pasti al giorno e di sostanziose somme di denaro, ma il prezzo da pagare è stato caro, o sbaglio?
Hai tradito il padre della tua migliore amica Samia, vero?
Egli ora non c’è più, giusto?
Quando hai regalato il tuo sporco, lurido denaro alla famiglia di Samia, io c’ero, non è vero? Sentivi forte la mia voce, eh? Urlavo. Sbraitavo.
Ma in fin dei conti, sono io che ti ho obbligato a metterlo nel cortile, sotto il tuo amatissimo eucalipto, o sbaglio?
E sono sempre io che ogni giorno ti ripeto che invece di rendere fiero tuo padre Yassin, l’hai unicamente deluso, vero?
Quando avrai trovato il coraggio di ammettere ogni singola parola di queste domande, potrai continuare a leggermi. Al contrario, se il tuo animo da guerrigliero non avrà il fegato di farlo, ripiega direttamente questa lettera e arrenditi, rifiutami come hai sempre fatto.
Anche se sono anni ormai che non conosci altro che sangue e fanatismo, anni che viviamo insieme, voglio provare a farti ricordare quello che eri, parlandoti di lei. Tua sorella, quella piccola ed esile farfalla che leggerissima volava, trasportata dal vento. Samia correva, e tu con lei. Ricordi le corse nel cortile? Ricordi la polvere che vi imbiancava il viso e si appiccicava al sudore? Ricordi la prima gara vinta? Ricordi i blocchi di legno? E i pesi fatti in casa con le bottiglie?
Ricordi l’eucalipto? La sua casa, la tua casa? E i suoi occhi? Sono davanti a te in questo momento. Li vedi bene, non è vero? Te la ricordi, con le sue gambe lunghissime e gracili, la bocca carnosa, la pelle color della sabbia? E la sua voce? Ora è lì con te. La senti vicino. Ho indovinato?
Domandi dov’è, come sta. Le chiedi se corre ancora, se ha vinto le Olimpiadi di Londra, se si allena e qual è il suo allenatore, il tuo sostituto. Ora sei geloso. Bene. Mi fa piacere che tu sia ancora in grado di provare emozioni, questo è già un buon punto di partenza per la redenzione. Vedrai che con un po’ di allenamento in te tornerà persino il sentimento, quella minuscola cosa inestimabile che segna la fragilissima differenza tra un sasso e un individuo.
Ovviamente io non posso rispondere a tutte le tue domande, non ne ho il diritto. Solo Samia può farlo. Hai solo una sorella, un’unica amica, una sola compagna di vita. Scommetto che preferisci lei a me. E ti capisco, sono fastidioso e petulante, lo so.
Ma allora, cosa ti impedisce di andare a cercarla? Abbandona questo mondo! Scappa, fuggi da questa gabbia in cui ci hanno segregati per anni! Sei forte, niente e nessuno ti impedisce di combattere, di redimerti. Solo te stesso. Torna da tuo padre, riabbraccialo, riabbraccia i tuoi fratelli. E poi cercala, dovessi anche tappezzare ogni singolo centimetro di mondo. Per terra e per mare.

Cos’aspetti, corri.

Il tuo amico Rimorso

* Elisa Baseotto e Giulia Colorio

Non dirmi che hai paura

Ero seduto sul sedile posteriore. Davanti Yassin e mio fratello erano pronti per partire.
TANC TANC.
Mi girai di scatto.
Sul finestrino bianco di polvere erano rimasti impressi i pugni di Samia.
“Addio abaayo” avrei voluto dirle, ma le parole si fermarono in gola pronte a bloccarmi il respiro.
Avevo capito che aspettava un mio segno, qualcosa che giustificasse quello che stavamo per fare.
Mi limitai invece a fissare le lunghe righe bianche che segnavano la sua mano nera sperando che mi lasciasse andare così.
Vedevo la sua fragile bocca aprirsi a scatti, stava urlando il mio nome, o almeno credo, lo vedevo, non lo sentivo.
Un roco boato mi riempiva le orecchie. Voleva che la guardassi.
Ma non ci riuscivo, preferivo guardare l’imponente eucalipto davanti a me. Non ero in grado di guardarla negli occhi e dirle che non ci saremmo mai più rivisti, dirle, dopo che l’avevo obbligata a chiamarmi fratello, che me ne sarei andato dalla sua famiglia per sempre.
Ero sicuro che avrebbe capito comunque anche senza che glielo dicessi. Ormai non era più un posto sicuro per noi darod Bondare. Avrebbe capito che non la stavo abbandonando, è sempre stata una ragazzina intelligente.
Aveva smesso di muoversi. Adesso stava immobile nella sua magrezza davanti alla porta del pulmino.
Avrei voluto darle l’ultimo saluto, l’ultimo abbraccio, il primo e ultimo bacio, ma una forza più potente di me mi aveva bloccato il corpo contro il duro sedile imbottito nel quale ero seduto.
La macchina si mosse e il mio sguardo toccò per l’ultima volta i suoi occhi verdi, ora spenti. Non ero più io a non sapere che cosa dire, a non sentire niente se non un lungo fischio stridulo perpetrarsi nel mio orecchio, ad avere gli occhi coperti da un velo nero, era lei.
La lasciai così, come non l’avevo mai vista. Per la prima volta era triste, sola, ferma.
Mi fermai inerte davanti al furgoncino sgangherato in procinto di partire. Alì era seduto nel sedile posteriore. Mi avvicinai di pochi passi fino a raggiungere il veicolo. D’impeto e al tempo stesso sovrastata da un senso di delusione, portai la mia mano al finestrino offuscato dalla polvere bianca, ma vidi solo uno sguardo perso, di chi non ha parole né forza per poter spiegare molte cose; già…, molte cose, perché desideravo da lui tante, troppe spiegazioni.
Osservava, senza nemmeno voltarsi, l’eucalipto; gli gridavo di guardarmi negli occhi, di parlarmi o di darmi un segnale qualsiasi, pur di avere di lui un ultimo ricordo. Non ne ero sicura, ma tra la polvere bianca del finestrino e la distanza anche se minima tra noi, vidi scendergli una rapidissima lacrima. Avrei voluto aprire quella maledetta portiera e abbracciarlo, nonostante tutto, nonostante fossi andata contro ciò che fino a un minuto prima pensavo. Non mi rimase altro che continuare a fissarlo.
Il furgone andò in moto borbottando, avevo ancora la mano appoggiata al finestrino. Alì non distolse lo sguardo neanche per un istante dall’eucalipto. La mia mano lentamente, ormai priva di speranza, strisciò nel vetro fino a formare l’impronta di una mano imperfetta dalle dita lunghissime. Una mano che cercava disperatamente contatto con Alì; una mano, che un tempo, toccava quella di Alì con tanta complicità e innocenza. Il furgone partì e io restai ferma, inerme, circondata dalla nube di polvere formatasi dalla partenza.

Addio Fratello.

* Serena Rigo

So che dentro di te non vedi l’ora di tagliare quel traguardo
magari con le mani alzate in segno di vittoria
magari con una goccia di sudore sulla fronte per esserti classificata all’ultimo posto.
Ma una cosa devi ricordare: non smettere mai di correre.
Questa è la tua vita, la tua passione più grande
e non importa se non riuscirai nel tuo intento,
l’importante è che tu ci abbia provato.
Respira, posizionati sul blocco.
Senti lo sparo, inizi a correre.
Corri e non fermarti mai, la vista è sbiadita,
le urla della gente ti confondono ma ti danno allo stesso tempo la carica.
Le mani sudano, senti il sangue pulsare forte dentro di te.
Vedi poi in lontananza il traguardo finale.
Le scarpe bianche aderiscono perfettamente al terreno.
Stringi i pugni e le tue falcate sono ampie.
Il tuo respiro si fa irregolare, continui a correre.
Chiudi gli occhi prima di concludere la gara e una lacrima riga la tua guancia.
Hai vinto, Samia.

* Maria Desantis

Era diverso quando mi trovavo lì.
Non esisteva più il mondo di sempre, con tutti quei terrificanti difetti che gli appartengono, le armi, le censure, le divisioni sociali, dove manca l’aria anche per i sogni. Ero lì, dentro quella realtà perfetta, con erba per noi atleti e posti a sedere per il pubblico. Era solamente il mio sogno, che si sollevava leggero e volava lontano, distante da ogni pregiudizio, da ogni limitazione o maledetta costrizione. In quel mondo mi sentivo al sicuro, libera, mi sentivo come l’aria, indomabile e come le onde del mare, travolgente.
Seduta lì, a respirare la notte, il mio cuore pulsava per davvero.
Era bellissimo. Il profumo dell’erba inondava ogni cosa, i miei sensi erano completamente avvolti da quell’odore dolce e sottile, frizzante. Avere lo stadio vuoto, tutto per me e illuminato solo dalla luce della luna, era bello come conquistare la stoffa trapuntata del cielo. Volevo sfilarmi il burqa e lì potevo farlo senza essere giudicata, magari rincorsa e addirittura picchiata. Io me lo toglievo, orgogliosa, lo piegavo e lo posavo per terra, accanto a me. Fissavo per poco quel buco nero e poi distoglievo lo sguardo, lasciavo salire lentamente i miei occhi e il mio volto scoperto verso il cielo. Le mie preoccupazioni sfumavano in quel magico universo luccicante. Contemplavo le stelle di nessuno e, nel contempo, mi perdevo nell’irraggiungibile infinito senza prezzo; non so come fosse possibile: semplicemente non sentivo più il peso della realtà, che si nutre di integralisti e di interessi economici.
Quella libertà improvvisa, lo stadio vuoto, la luna piena, il profumo dell’erba, mi riempivano di un’euforia incontrollabile. «Ora devo allenarmi, devo provare le partenze, le ripetute, gli scatti, gli affondi». Chinai la testa e mi alzai. Così, automaticamente, iniziai a camminare in direzione della pista da corsa. Mi posizionai sulla linea di partenza, ero sicura di me stessa.
Ma ad un tratto, prorompente, ci fu un freddo sparo. Né urla, né niente.
Solo un unico tonfo.
Per quanto adorassi trovarmi lì e ritenessi quel luogo speciale, ero soltanto dentro ad uno stadio con dei cancelli. Cemento, crepe, muffe. Un semplice stadio, che mi sembrava grande, a momenti addirittura immenso, ma pur sempre fragile. Inevitabilmente effimero e frangibile.
Nulla, in confronto alla sana guerra che c’è fuori.
Dall’eco comprendevo la lontananza del colpo, ma io mi guardai attorno comunque, allarmata. Avevo i brividi e sentivo il sangue pulsare sfrenatamente. Prima nelle tempie, duro e intenso, poi scendeva velocemente, attraversava tutto il mio corpo ed arrivava in un istante alle gambe. Ed io scattai e basta, iniziai a correre, come se quello sparo fosse lo start comune di una qualsiasi corsa. Solo che quella che stavo correndo io non era autorizzata, si stava svolgendo nel pieno della notte, non vi erano atleti partecipanti da sconfiggere e i posti delle sedie per gli spettatori erano vuote.
La mia concentrazione si disperdeva nell’aria ad ogni passo e, dopo un paio di metri, ero entrata un’altra volta nel mio mondo e mi ero dimenticata dell’altro là fuori.
Spesso, mentre mi allenavo di notte, mi tornava in mente la mattina della mia prima gara impegnativa e seria. Ricordavo il sole chiaro di una mattinata importante, leggero, che si posava delicato sulla mia pelle levigata dall’aria. Ma soprattutto ripensavo alle parole di aabe: ”Sei una piccola guerriera che corre per la libertà e con le sue forze riscatterà un popolo”. E subito dopo ero sfinita.
Improvvisamente sentivo il picco della debolezza fisica: affanno, polpacci che vanno a fuoco, la milza che implora pietà e i legamenti in fiamme.
Smettevo di correre, rallentavo il passo, finché non crollavo a terra sfinita. E ricominciavo dall’inizio.

Mi sdraiavo sull’erba rada del campo e stavo minuti interi a guardare il cielo. […] C’eravamo soltanto l’erba che mi pungeva la schiena, l’aria che finalmente diventava fresca e leggera, il cielo pieno di stelle, il mio fiatone, e io.
Lentamente tutto si faceva silenzioso, il mio respiro tornava calmo, il corpo cominciava a sciogliersi, le gambe a rilassarsi e l’erba diveniva nuovamente soffice sotto la schiena. Ma non era come prima, qualcosa era diverso. Non mi sentivo più al sicuro, non mi sentivo libera.
Guardavo quel blu scuro pieno zeppo di puntini scintillanti e gli occhi mi si riempivano di lacrime.
Lacrime che però non scendevano, rimanevano lì, in equilibrio.
Mi immaginavo dall’alto, un puntino in un rettangolo verde, come mi vedeva aabe. E non pensavo a nient’altro, a nessun altro.
Finché non si faceva l’ora di riprendere contatto con la terra, di alzarmi e rivestirmi con quell’orrenda tunica nera che mi ricopriva dalla testa ai piedi.
E ritornare, lentamente, respirando con il naso e cercando di mantenere la testa senza pensieri, verso casa.
In quanto a voi, che avete rovinato il mio piccolo, fragile e immenso, buio e luminoso, paradiso terrestre: Cascassero sulle vostre teste mille chili di merda infetta e per sempre vi sommergessero.

* Rachele Ioan

Notte.
L’odore dell’aria
pungente e
frizzante.
Il profumo dell’erba,
odore dolce,
inonda i miei pensieri.

Mi sento libera,
leggera come una farfalla che mostra
la superba bellezza delle sue ali
piccole e
imponenti.
Veloce come il vento
che stuzzica le foglie
di un albero
secco.

Mentre la luna
osserva me,
il mio respiro.

Euforia incontrollabile .
Libertà improvvisa.
Libertà di correre.

No. Non ho paura.

* Simone Nardo

I giornali parlano di Samia

Nei due articoli a seguire vengono riportate le due diverse critiche nei confronti della morte di Samia, atleta di corsa veloce e protagonista del libro “Non dirmi che hai paura” di G. Catozzella. 
Il primo articolo è tratto da un ipotetico giornale somalo, che non ha apprezzato affatto il carattere rivoluzionario e ribelle della giovane atleta. Nell’articolo si fa spesso riferimento alla cultura somala e musulmana.
Il secondo articolo invece è tratto da un giornale occidentale (sempre immaginario), che quindi apprezza la grinta e il carisma di Samia. A differenza del primo articolo, il giornalista non fa riferimenti ad alcun tipo di credo o tradizione, essendo l’Occidente un luogo in cui sono concentrati diversi culti, che non sono affatto al centro della vita quotidiana delle persone come in altre zone del mondo.
Anche per quanto riguarda la lunghezza dei due articoli, si denota che il giornale occidentale ha dato maggior spazio all’argomento per ricordare un esempio positivo di atleta.
Rivoluzione sedata in tempo.

Sfida la legge e perisce in mare

Atleta donna filo-occidentale tenta invano di scappare.

LAMPEDUSA- Samia Yusuf, atleta olimpica filo-occidentale di particolare rilevanza, è stata ritrovata ieri annegata nella zona litoranea.
L’atleta e altri fuggitivi, alla vista della guardia costiera, si sono tuffati in mare come segno di protesta, pensando che le forze italiane non li avrebbero fatti sbarcare. La donna però è annegata e non è quindi riuscita ad approdare. Il suo intento era di raggiungere l’Europa per trovare un allenatore che, probabilmente per il proprio carattere, non aveva trovato in Africa.
Samia Yusuf è conosciuta in tutto il mondo per la sua velocità nella corsa veloce e soprattutto per le sue doti di rivoluzionaria. È stata una sportiva che andava contro le regole e la tradizione che l’hanno istruita e cresciuta. Molti suoi concittadini e altri che la conoscevano possono confermare che durante gli allenamenti di corsa attorno alla capitale e nello stadio Cons non indossava mai alcun velo imposto dalla legge e dalla tradizione, mostrandosi incline alla ribellione e filo-occidentale.
Questa atleta è diventata quindi un piccolo fiammifero che, attorniato da tante altre persone filo-occidentali, stava per far incendiare una rivoluzione in tutta la Somalia. Il Mediterraneo ha spento il fuoco e per il nostro Stato ha avuto la meglio.
Il Mediterraneo colpisce ancora e non guarda in faccia nessuno.

Atleta olimpica trovata annegata a Lampedusa

Il mondo sconvolto per la perdita di una lottatrice di sogni.

LAMPEDUSA- Ieri, verso mezzogiorno, è stato ritrovato in mare il corpo senza vita di Samia Yusuf, atleta olimpica somala che nel 2008 a Pechino ha incantato il mondo.
L’atleta si trovava in un barcone, partito da Tripoli, assieme ad altri immigrati. La zia, una di essi, ha affermato durante un’intervista che la nipote “voleva arrivare in Europa per trovare un allenatore che l’avrebbe preparata per le Olimpiadi di Londra”. Samia infatti, a causa della guerra in Somalia, non era riuscita a ricevere un istruttore nella sua patria e così, poco dopo le Olimpiadi, decise di trasferirsi invano in Etiopia. La non riuscita del piano per questioni burocratiche la spinse a raggiungere l’Occidente. Il suo programma non ha avuto però esiti positivi, poiché è annegata in mare a seguito di una caduta volontaria nelle acque. Si presume che la giovane e altri immigrati, all’arrivo della guardia costiera di Lampedusa, si siano voluti tuffare per protestare contro le forze italiane che, pensavano, li avrebbero rispediti a Tripoli.
Samia è diventata famosa in tutto il mondo grazie alle Olimpiadi, non tanto per i risultati, ma piuttosto per il fatto di essere stata una podista diciassettenne proveniente da un Paese in guerra, sprovvisto di mezzi per allenarla. Ben presto molte donne africane piene di sogni e speranze iniziarono a scriverle lettere colme di ammirazione, che resero Samia un simbolo per tutto il mondo femminile, ma non solo.
La scomparsa di questa ragazza ha sconfortato quindi tutte le donne che non hanno ancora raggiunto l’emancipazione e tutte le persone che sono alla continua ricerca del raggiungimento dei propri obiettivi. Ora molti si sono riuniti a Lampedusa per dare un ultimo saluto a Samia, che rimarrà sempre nei cuori di coloro che lottano come lei per raggiungere i propri desideri con qualsiasi mezzo.

* Greta Barazza

A Samia

Vibrano i sogni,
le speranze sfuggono dai mirini,
veloci le gambe dei bambini
su strade spogliate di vita.

Ma tu che corri,
non dirmi che hai paura,
nego a te questo privilegio,
tu,
mirabile sacrilegio,
simbolo di libertà.

Alzi polvere di giustizia,
corsa lucida e pazza,
hai reso il mondo, i tuoi gremìti spalti,
quelli che sempre hai bramato.

Corri,
Samia,
come se non dovessi arrivare in nessun posto.
Ogni passo,
nel grande stadio,
sarà la rivincita.

Strappa al presente anche solo un briciolo di futuro.

Vola
Sogna
Corri

Vivi

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