«Tutti hanno vissuto ore di una felicità assoluta, alla quale non si dovrebbe sopravvivere.»

È con questa frase che si apre il romanzo. Un pugno dritto alla bocca dello stomaco del lettore. In una riga e poco più Mary Barbara Tolusso, l’autrice del romanzo, è riuscita ha sintetizzare il tema centrale del libro. Ne L’esercizio del distacco, infatti, attorno alla felicità si sviluppa una trama a tratti semplice, ma che riserva numerosi colpi di scena.

La narrazione in prima persona assume il punto di vista di una ragazzina, nella rievocazione che la stessa adulta fa della propria vita. La sua identità non viene svelata; ma è un mistero al quale il lettore si abitua fino alla fine del romanzo.

Il libro inizia con la narrazione della vita in collegio della protagonista, che ha due unici amici, Emma e David. I tre sono inseparabili. Almeno questo è ciò che la protagonista pensava, ciò a cui l’autrice ci porta a credere.

Come ho già scritto, la felicità è il tema principale del libro: l’intero romanzo è costruito sulla ricerca della felicità, della durata di una vita, da parte della protagonista, che ritrova nei ricordi del collegio: è però una felicità triste, malinconica. Una felicità spezzata. Rievoca quei giorni, le passeggiate del trio, le campanelle, le regole, i primi amori e sentimenti contrastanti, le passioni…

…poi stop. A esattamente metà del romanzo, subito dopo l’allontanamento di David e l’irreversibile disfacimento dell’amicizia con Emma, c’è un balzo avanti negli anni e la protagonista è all’università, sola, lontana dai vecchi compagni, un fantasma che vive come un automa. Trascorre ancora del tempo e conosce Matteo. I due si sposano. Vivono felici una decina di anni. Dopodiché egli muore, lasciandola nuovamente sola. E in tutto questo il lettore si ritrova come investito dallo tsunami degli eventi. È in tal modo che Mary Barbara Tolusso ci rende partecipi della psicologia in frantumi della protagonista: lei che da giovane è stata formata all’ordine e alla programmazione serrata delle proprie attività, viene lentamente consumata dalla propria stessa esistenza, già di per se caratterizzata da ritmi insostenibili, la quale la sconvolge più e più volte. 

«[…] la felicità consiste nel fare una cosa con ordine, talvolta anche contro la propria volontà.»

Al tema della felicità si sovrappone poi quello dell’amore e della passione, motori insieme di molti degli avvenimenti del romanzo. Tra David e Emma vi è una certa passione che spinge la protagonista a iniziare una storia con Nicolas, un ragazzo anarchico di oltreconfine, come rivalsa per il sentimento non contraccambiato per David. David e Nicolas sono molto simili caratterialmente e fisicamente, inducendo di fatto la protagonista a sovrapporli a livello mentale: più volte lei chiamerà Nicolas col nome dell’altro, come se il primo fosse solo un manichino per poter amare con più semplicità il secondo. Al collegio, infatti, ai ragazzi non veniva insegnato come gestire i sentimenti, ma anzi a distaccarsi da loro in quanto ostacolo al compimento del loro grande e longevo destino già scritto.

«[…] tutto il mondo pianificato a cui eravamo stati educati, ci costringeva a separarci con violenza perché l’amore è incompatibile con i progetti, con il tempo, con il futuro, dura esattamente un momento perfetto.»

Componente importante del romanzo è infine l’esistenza. Questo tema compare molte volte e assume sfaccettature sempre diverse a seconda del caso; ma che si parli dell’esistenza della protagonista, di quella di David, oppure più in generale di quella dei ragazzi del collegio, due caratteristiche sono ricorrenti: preordinato e smisurato. Queste due peculiarità dell’esistenza sono fondamentali per comprendere fino in fondo la psicologia dei personaggi, ma la loro importanza si svela solamente verso la fine del romanzo. Viene infatti rivelato che tutti i ragazzi del collegio hanno fatto parte a loro insaputa di un esperimento per l’allungamento della vita. Da ciò si sviluppa poi una doppia visione della morte: la prima, quella offerta dal collegio, che ripudia la morte in quanto malattia definitiva che ostacola la vita; la seconda, quella portata avanti da David e Nicolas, che la considerano invece come affermazione della vita, il primo dando valore e risalto alla propria giovinezza (da lui ritenuta il massimo frutto dell’esistenza umana), il secondo rivalendosi sulla propria malattia. 

Questo libro mi ha preso e non riuscivo più a allontanarmene se non alla fine, quando sono giunto all’ultima pagina. Solo allora sono riuscito a distaccarmene, ma, come scritto sul cartiglio della copertina, “una volta chiuso, l’eco resta a lungo”. Un libro come non ne leggevo da anni.

Mi ha fatto pensare, mi ha fatto riflettere, mi ha emozionato, i colpi di scena mi hanno lasciato allibito: un piccolo romanzo (meno di 200 pagine) che è riuscito a darmi moltissimo. Pieno di spunti di discussione e punti di vista su temi anche attuali, secondo me questo è un libro che andrebbe letto più di una volta, per poter riuscire a coglierli tutti, in quanto ciascuno meritevole di riflessione.

Mi risulta difficile riuscire a scrivere tutti i pensieri che sono scaturiti nella mia testa durante (e in seguito) di questa lettura, non tanto perché non riesca a ricordarli, quanto perché sono troppi e scrivendoli non riuscirei probabilmente a formulare un discorso ben articolato.

In particolare mi ha toccato la visione che la protagonista aveva della propria esistenza: una vita passata col timore del proprio futuro, trascorsa a programmare le proprie attività perché incapace di sostenere i mutamenti repentini della vita, non curandosi del passato al punto tale non sapere di aver vissuto e di star vivendo, cercando al di fuori di sé una conferma della propria presenza. È così che trasforma la chiave azzurra che apriva la cancellata del collegio in un richiamo ai ricordi dell’infanzia, una fotografia che ritrae lei, Emma e David in un “succedaneo della carne [che] cambia, invecchia, ci da l’impressione che abbiamo vissuto. Che siamo stati amati.”

Matteo Gregorio Sanson

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