Dove si va da qui

cop.aspxA volte credi che la vita sia solo segnare le x sulle cose giuste da fare: laurearsi, trovare un lavoro, mettere su casa con la persona che hai conosciuto all’Università e guadagnare quel tanto da non avere assilli a fine mese. Così è stato per Gabriele e Nadia, lui ingegnere alla TechnoPower, un’azienda di meccanica di precisione, lei veterinaria, il suo sogno sin da bambina. Tuttavia, quando arrivano in fondo agli obblighi, quello che doveva essere un traguardo si rivela un vortice melmoso. È la Crisi, quella che si abbatte in questi anni non solo nel Nordest, la causa scatenante che sconvolge le loro vite. Gabriele sarà costretto a licenziare 81 operai, una folla, per impedire all’azienda di fallire; ad uno ad uno li chiamerà nel suo ufficio per poi cancellarli dal file lista.xls, precipitando in un buco nero di angoscia placata solo con lo Xanax. Nadia si sente sempre con un piede fuori dalla sua clinica, sul punto di chiudere per lo scoperto fuori controllo.
La crisi economica però è solo la superficie di qualcosa di più vasto che si sta allargando tra loro. Hanno costruito la vita insieme sulle abitudini quotidiane, ma gli automatismi sono anestetici potenti che conducono lentamente le storie in un naufragio lento, che può durare anni. E quando si esaurisce la carica della molla, non capisci dove sei e metti in discussione proprio tutte le certezze, facendo soffrire le persone che ti stanno attorno non più di quanto tu stesso non soffra, poiché prendere una decisione è diventare carnefici di quello scorcio di esistenza che hai creduto di vivere sin qui.
Dove si va da qui è allora un romanzo di formazione, in cui la crisi economica è il pretesto per affrontare la crisi di una generazione che in fondo non ha ancora capito, come diceva Terzani, che la libertà non coincide con la libertà di scelta, ma inizia quando non abbiamo più scelte, così iniziamo ad essere veramente noi stessi. Marcuzzi dice che riusciamo a definirci solo attraverso cristallizzazioni e proiezioni, ma al presente chi ci pensa? Infatti i sogni (persino quello di diventare genitori, programmato a turni tra le colleghe nella clinica di Nadia) e gli argini robusti della prevedibilità hanno condotto la coppia a un surrogato della felicità, che crolla al primo scossone. In questo senso Gabriele Pavan rappresenta l’uomo verticale di cui parla la Cavarero, il quale esce dalla caverna di Platone per guardare il sole credendo di bastare a se stesso, mentre capisce che la verticalità è un vicolo cieco, perché è la vulnerabilità a costituire la nostra vita. Proprio perché esposti alla precarietà di essere umani, bastare a se stessi produce deserto, mentre dobbiamo costruirci nella relazione quotidiana con l’altro. Così Gabriele e Nadia comprendono che non basta smussare gli angoli come due buoni coinquilini, ma occorre costruire una spazio vero.
Il finale è tutto da scrivere, anche se in questo romanzo senza idillio a vincere è la normalità. Ieri è un altro giorno, il passato è un guscio opaco che conduce alla deriva. Oggi sappiamo chi siamo. Da qui non resta che guardare avanti.

Roberto Cescon

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